In occasione della traslazione del corpo di Padre Pio, svoltasi a San Giovanni Rotondo, durante la celebrazione eucaristica l’arcivescovo padre Franco Moscone ha pronunciato un’omelia intensa e profondamente attuale, capace di intrecciare il Vangelo con le ferite del nostro tempo. A partire dal segno di Lazzaro, il suo sguardo si è allargato senza esitazioni: dalle coscienze alla realtà del territorio garganico, fino agli scenari internazionali segnati da guerre e ingiustizie. Non sono mancati riferimenti lucidi e coraggiosi alla situazione delicata dell’opera del santo di Pietrelcina, Casa Sollievo della Sofferenza, così come alle criticità che attraversano la nostra terra e il mondo intero. Un’omelia che non si limita a consolare, ma provoca, chiama in causa, invita a “togliere la pietra” e a scegliere la vita.
Di seguito il testo integrale.
Padre Giuseppe ha appena letto il capitolo undici del Vangelo di Giovanni, dove viene presentato l’ultimo dei grandi segni di Gesù, la rianimazione del cadavere dell’amico Lazzaro. L’ultimo dei segni che si completa anche con la grande dichiarazione di Gesù stesso a Marta e a chi la accompagnava: Io sono la risurrezione e la vita. Chi crede in me non morirà in eterno. E aggiunge, credi tu questo? È una rivelazione che il Signore ripete a tutte le generazioni e a tutti i Suoi discepoli e oggi la ripete con insistenza a noi: “Io sono la risurrezione e la vita. Credi tu questo?” . Come anche la frase di apertura del Vangelo, riferita a Lazzaro, colui che tu amavi è morto. E chi è colui che il Signore amava? Chi è il morto? Lazzaro? No.
Oggi è l’umanità, è la nostra umanità, la nostra generazione. È ognuno di noi chiuso in un sepolcro che puzza solo di morte. Da tempo, da più di quattro giorni. È a noi, che il Signore grida, aprite quel sepolcro. Cambiate l’aria, cambiate la narrazione. Davanti a Padre Pio, Samaritano dell’umanità, crocifisso con i segni della croce, a servizio dell’umanità dei suoi tempi, e della nostra, siamo chiamati a riconoscere la verità di questo Vangelo, a togliere le pietre che chiudono i sepolcri in cui ci siamo rinchiusi, scegliendo la morte invece della vita, a diversi livelli, in diversi luoghi. Padre Pio era innamorato del nostro territorio garganico, ne era diventato figlio per più di cinquant’anni, lo considerava Cattedrale del Creato. E il nostro territorio, il nostro popolo, ha bisogno di cancellare i segni di morte che continuano a segnarlo. Penso agli ultimi avvenimenti a Monte Sant’Angelo e a Vieste di sparatorie e di tentati omicidi. Penso allo spregio della sporcizia dei rifiuti e delle ecoballe che vengono rovesciate nei nostri ambienti per poi magari essere bruciate e trasformate in roghi e in incendi estivi.
Padre Pio ci dice di togliere, di togliere queste pietre e di ritornare a dare fiato e respiro al nostro territorio. Mi unisco all’appello che ha fatto mio fratello vescovo, metropolita di Foggia alcuni giorni fa, dicendo: se qualcuno ha delle armi, e purtroppo qui ce ne sono ancora tanti che ce l’hanno in casa, le portano con sé, a volte le usano, le depongano e se non sanno dove portarle, le portino in una chiesa, le mettano di fronte a un altare, le lascino lì, si sentiranno liberi. Padre Pio, disarmato e armato della sola croce, ci invita a gesti sicuri di disarmo effettivo e di disarmo dei cuori e delle menti, incominciando dal nostro ambiente. Ma poi c’è lo sguardo sul mondo intero. Padre Pio è lo stigmatizzato per tutta l’umanità e per tutta l’umanità ha alzato per cinquant’anni il grido di pace e di solidarietà. E quanto ne abbiamo ancora bisogno, anzi più di allora, di sollevare questo grido, di trasformarlo in preghiera e in azione.
Dobbiamo togliere, togliere davvero le pietre che stanno per rendere un sepolcro intero la nostra società, le nostre nazioni, la storia di oggi. Dobbiamo fermare ad ogni costo queste guerre che non servono a nessuno se non ai costruttori di armi, che come tali hanno bisogno di usarle. E non servono a nessuno se non a pochi che fanno crescere i loro interessi a discapito dell’intera umanità. Siamo purtroppo testimoni di avvenimenti incredibili che non avremmo mai pensato di rivedere magari. Come il genocidio che si sta compiendo in Medio Oriente, a Gaza, ormai in modo silenzioso e in modo altrettanto silenzioso in Libano.
Il nostro nunzio in Libano è il nostro condiocesano, il nostro Paolo Borgia, e conosce bene la situazione. Qualche giorno fa l’esercito israeliano ha dato l’ordine a diversi paesini e cittadini del sud del Libano di allontanarsi tutti. Ed erano e sono paesi cristiani, non musulmani o di Hezbollah. I sacerdoti di quei paesi non hanno obbedito rischiando di essere uccisi, e uno è già stato ucciso. Il vescovo di Nassif, cattolico, siro-cattolico, ha scritto una lettera bellissima, semplice, facile da trovare in internet, in cui fa appello all’umanità ad alzare gli occhi e a non fingere su quanto accade, sentendosi orgoglioso dei suoi diocesani e del suo clero, che ha disobbedito all’esercito israeliano. E disobbedire in questo caso non solo non è facile, ma è un grande atto di fede, e credo anche di carità, di martirio attivo, di azioni. Ci stiamo abituando alle guerre. Abituarsi alle guerre vuol dire tenere chiuso il sepolcro e mettere nel sepolcro l’intera umanità, prima ancora che venga uccisa. Sepolta viva!
Raniero Lavalle scrive ogni settimana una newsletter dal titolo Prima loro, prima i perseguitati. E in quella di questa settimana ha un’affermazione a mio giudizio sconvolgente e vera: Non c’è più la distinzione tra democrazie e autocrazie. C’è distinzione solo tra autocrazie e autolatrie. Le democrazie molte, incominciando da quella israeliana a quella degli Stati Uniti, fino alla posizione ignobile della nostra Unione Europea, sono diventate autolatrie, ossia esaltazioni di se stesse, adoratrici di se stesse. Abbiamo bisogno di uscire da questo inganno che porta solo morte. Abbiamo bisogno di togliere questa pietra. Abbiamo bisogno di dire la verità pregando e agendo per la pace. Padre Pio voleva e vuole i suoi devoti e i suoi gruppi di preghiera impegnati per la pace, a pregare per la pace, ma anche a compiere gesti e azioni di pace per muovere quella pietra di fronte alla morte delle guerre.
E quindi, cari fratelli, devoti di Padre Pio, Gruppi di Preghiera, non abbiate paura di pregare con insistenza per questa intenzione e, nello stesso tempo, di agire con indignazione, dicendo le cose come stanno, partecipando se si può e quando si può, anche ad azioni disarmate, di protesta contro la guerra, magari portando anche gli stendardi di Padre Pio, sarebbero perfettamente al loro posto. Non possiamo permettere all’umanità di scegliere la via del sepolcro, né deve uscire. Il grido di Gesù a Lazzaro: “Lazzaro vieni fuori!” oggi è detto all’umanità intera di questo inizio del terzo millennio, divisa in una terza guerra mondiale spezzettata, ma che purtroppo si sta unificando, allargandosi a scenari sempre più ampi ed estesi.
Preghiamo, e agiamo per questo. È azione di Vangelo, è esempio di beatitudine, beati gli operatori di pace e testimonianza di giustizia, beati i perseguitati per colpa della giustizia, perché di essi è il Regno dei Cieli. E poi vorrei pensare anche, di fronte a Padre Pio, alla sua creatura in terra, a Casa Sollievo della Sofferenza, di cui la situazione attuale e il racconto che viene fatto e che appare ci presentano una situazione, anche qui, di sepolcro chiuso, oppure, nella fase più semplice, con tanti legacci che la chiudono e non le permettono di agire con libertà al servizio che Padre Pio le ha dato. Quando assistiamo anche al racconto, ce la presentano divisa, separata, eppure continua ad essere considerata tra i best hospital al mondo e il primo nel Sud Italia. Non è possibile che improvvisamente abbia perso la sua identità.
Il dividerci, il dire certe cose, anche nella ricerca dei propri diritti, ma se porta divisione diventa diabolico. L’opera di Padre Pio, nonostante tutto, nonostante l’opera di divisione, continua ad essere un’eccellenza, continua a manifestare la sua qualità e il suo impegno al servizio della medicina, degli ammalati, della ricerca.
Preghiamo Padre Pio che continui a sostenerla, che smuova l’apparente indifferenza della proprietà, smuova l’apparente indifferenza delle istituzioni sanitarie regionali, smuova e chiuda la disunità interna tra chi la deve rendere casa e servizio.
Ho fatto tre passaggi, non so se sono stato chiaro, ma almeno li ho detti con una certa commozione, che è il cuore del Vangelo di quest’oggi. In particolare l’ultimo richiamo, a tutti, a noi, ascoltare con forza l’invito di Gesù. Togliete la pietra, venite fuori, slegate da ciò che vi tiene incapaci di camminare e di respirare. Se facciamo questo, riconosciamo che Lui davvero è risurrezione e vita e daremo vita alle nostre istituzioni, ai nostri territori, alla nostra umanità, al mondo intero.
È questa la vocazione dei discepoli del Signore e dei devoti di Padre Pio.
Amen.

Immagini tratte dalla diretta streaming sul canale YouTube PadrePioTV
