Centenario della nascita di don Antonio Spalatro: l’omelia dell’arcivescovo Moscone

Centenario della nascita di don Antonio Spalatro

Parrocchia SS. Sacramento – Vieste

3 febbraio 2026

Omelia dell’Arcivescovo Padre Franco Moscone

I testi delle letture che abbiamo appena ascoltato sono quelli di questa giornata del martedì della quarta settimana del tempo ordinario e lette in tutte le chiese cattoliche del mondo. Apparentemente potrebbero dirci nulla di Don Antonio, di cui stiamo celebrando il Natale terreno, ma ancora di più quello celeste, il Paradiso. Però qualche particolare c’è. A me ha colpito l’introduzione l’introduzione del testo evangelico, la localizzazione dove l’Evangelista Marco ha posto questi due miracoli di Gesù. Quello della donna che aveva perdite di sangue, ammalata da tanti anni e la richiesta di aiuto, di soccorso da parte del capo della sinagoga per la figlia morente. Il luogo qual è? Ci dice l’Evangelista Marco: era lungo il mare, al lato della spiaggia, e lì si era radunata, aggiunge, molta folla per ascoltare e incontrare il Signore.

Ho pensato, ma com’era il luogo dove Don Antonio ha vissuto gli anni del suo sacerdozio? Com’era ottant’anni fa questo ambiente? Non c’era il porto, il parcheggio, come vediamo adesso, ma era la riva del mare. Qui entravano il mare e la sabbia, la spiaggia che continuava, credo, fin qui sotto alle mura dell’antico convento e della chiesa dei Cappuccini. Il luogo mi sembra molto simile, quindi, quello di Don Antonio e del racconto evangelico di questa sera. E anche gli effetti, molto simili, perché con l’inizio dell’esperienza parrocchiale, qui in questa chiesettina, in questa parrocchia nascente, si radunò molta gente, molta folla di tutte le età che seguiva e ha fatto da corona all’apostolato di Don Antonio.

Sono bastati poco più di quattro anni di ministero per realizzare in qualche modo il medesimo miracolo, nel senso di “mirabilia”, di una cosa bella e inattesa, che avveniva attorno a Gesù: il radunarsi di gente per ascoltare la sua parola e fare esperienza della sua grazia e del suo aiuto. In quei pochi anni di vita sacerdotale, Don Antonio è stato così, come allora, alla riva del mare, ha radunato qui, in questo piccolo spazio e in questo territorio, tanta gente che lo seguiva, che rispondeva alla sua azione, perché aveva scoperto che il suo parlare e soprattutto il suo modo d’essere, il suo modo di testimoniare, riportava e faceva sentire il Signore Gesù, faceva sentire la sua parola e il suo cuore, che vuole la salvezza e la salute, di tutti.

Don Tonino ha citato, nel saluto iniziale, il passaggio con cui si apre la terza e ultima parte del diario di Don Antonio, il 26 novembre 1950, quando diventa ufficialmente sostituto parroco, parroco di questa parrocchia. Egli scrive: “Da questo momento il mio diario può essere considerato il diario di un parroco”.

Mi fa pensare a Bernanos, “Il diario di un parroco di Campagna”, “Il diario di unparroco di Vieste”. Ma aggiunge: “Mi sono sentito un altro”. E credo sia questa affermazione quella vera, quella che dice la persona di Don Antonio. Mi posso domandare, e credo poi la risposta sia facile per tutti: Ma chi è quest’altro in cui il giovane ventiquattrenne Antonio si è sentito dentro? Io credo che Don Antonio scrivendo “mi sono sentito un altro” pensasse alla figura di Gesù Cristo. Da questo momento mi sento altro, mi sento strumento di Cristo, mi sento, Alter Christus, nella celebrazione e nella predicazione. Il mio corpo, la mia persona, la mia esistenza è strumento di Gesù, il mio parlare deve essere il parlare di Gesù, il mio agire, l’agire di Gesù.

Ecco l’altro in cui si è sentito chiamato. E lo ha interpretato, credo, così bene che non ha avuto bisogno di un tempo lungo. Al Signore gli sono bastati pochi anni, poco più di tre anni, perché veramente dicesse questa sua presenza di Cristo qui, in questo particolare luogo, in quest’ansa del mare viestano ed anche un po’ fuori città, mentre stava crescendo lo sviluppo post bellico. Ecco chiediamo veramente al Signore che ci confermi in questa certezza, che se seguiamo la sua parola e i Suoi insegnamenti, possiamo diventare anche noi, un po’ ognuno nei propri ambienti, quell’altro in cui il Battesimo ci ha posti e istituiti, perché il Battesimo ci ha resi tutti Cristi, ossia unti del Crisma, ci ha resi tutti capaci di interpretare Gesù oggi e qui.

Ecco, vediamo realizzato in Don Antonio questa finalità discepolare e missionaria e la desideriamo anche per noi, perché cristiani e battezzati, discepoli e missionari del Signore. Poi, chiudo dicendo che questi due giorni che abbiamo vissuto per testimoniare i cento anni della nascita di Don Antonio sono stati molto belli, per me molto significativi. Ieri in cattedrale, così assiepata e con tutta la presenza veramente dei rappresentanti della città e della chiesa locale, e questa sera l’esperienza popolare di parrocchia, della sua parrocchia, che era questa, di quella sua porzione di popolo di Dio che gli era stata affidata e che oggi siete voi, ognuno di voi, insieme a Don Tonino, parroco successore in questo momento. La chiesa è molto più piccola rispetto alla cattedrale, ma ha la stessa caratteristica di ieri, di essere assiepata, di essere immagine di popolo, di essere capacità di dire la bellezza di una liturgia, con la musica, col canto, ma soprattutto con i cuori e con le presenze di ognuno e le attenzioni di ognuno. Ecco, l’augurio: che tutto questo ci aiuti davvero ad essere portatori di Vangelo. Ne ha bisogno il mondo, ne ha bisogno l’Europa, ne ha bisogno l’Italia, ne ha bisogno Vieste. Come ne aveva bisogno al tempo di Don Antonio, ne ha bisogno oggi.

E noi siamo qui, per questo, per donare il Vangelo.