Di seguito l’omelia pronunciata dall’arcivescovo, padre Franco Moscone, durante la celebrazione in onore di San Giorgio, patrono della città di Vieste.
Omelia 23 aprile 2026
Buona festa di San Giorgio a tutti voi e all’intera Città.
Saluto il signor Sindaco, l’Amministrazione, l’Assessora regionale, le autorità civili e militari presenti, i miei confratelli nel sacerdozio della città di Vieste e vorrei anche aggiungere un saluto particolare al piccolo gruppo del consiglio comunale dei ragazzi, con il mini sindaco e gli altri ruoli; che non è, poi, proprio così fuori posto nelle feste patronali e in modo particolare nella festa patronale di San Giorgio, perché al di là di come viene rappresentato (secondo un’immagine che proviene dalla tradizione e dall’antico mondo dell’impero romano, perché San Giorgio è un santo del terzo secolo, della fine del terzo secolo dell’era cristiana, quindi è vestito secondo il costume di allora), la sua funzione è stata una funzione civile e militare al contempo (allora la distinzione tra le autorità civili e militari non era così chiara come è oggi, allora erano un po’ mescolate), ma erano funzioni di servizio al bene pubblico e civile prima ancora che essere una funzione militare di difesa e di protezione. Ecco quindi – in qualche modo – San Giorgio può essere colto come immagine ecco di un buon amministratore, di un buon servo della propria cittadinanza e della società e quindi essere, ancora oggi, punto di riferimento civile nel servizio alla società; oltre che al fatto di essere tra i primi cristiani e quindi discepolo del Signore, suo imitatore e alla fine suo testimone nel martirio.
E servire la città e servire la Chiesa ha tante funzioni, ma ce n’è una che resta chiara sempre in ogni epoca e in ogni tempo, in ogni ambiente e in qualche modo è rappresentato in modo iconico e plastico dalla figura di San Giorgio che, con la lancia, tiene a bada, sconfigge e uccide il Drago, ossia è l’impegno a mettere ogni sforzo, ogni tentativo, ogni professionalità al servizio del bene e a combattere o – perlomeno – a limitare per quanto non si riesca a distruggere, a limitare le forze del male.
La figura di San Giorgio nella sua iconografia, così antica di 1800 anni fa e ancora presente, che è rappresentata in tante parti delle nostre città, non solo del mondo occidentale, ma in modo ancora di più in quello orientale, ce lo presenta proprio per trasmetterci questo messaggio: che il male si può dominare, il male si può limitare, il male si può sconfiggere. E la finalità è il bene che vince e che è a servizio dell’intera umanità. Ecco, quanto questo messaggio sia valido e sia urgente oggi, ne abbiamo tutti coscienza e abbiamo di fronte ai nostri occhi e alla nostra mente questo bisogno. Tra l’altro San Giorgio è vissuto e ha offerto il suo servizio, la sua testimonianza, il suo martirio proprio in territori oggi segnati da guerre e da violenze indicibili perché era nato in Anatolia, tra l’altro zona tra la Turchia e l’Iraq attuale, è vissuto in Palestina, lì dove muore, vicino ad una città che oggi si chiama Tel Aviv e sappiamo essere la capitale dello Stato di Israele; quindi in zone che in questo momento vediamo segnate in modo incredibile dalla violenza della guerra. Che San Giorgio, quindi, sia anche per noi un monito a fare ogni cosa per porre fine a questo male assoluto e incosciente, irrazionale, che è la guerra.
Vorrei però aggiungere una osservazione sulla prima lettura, ieri in cattedrale ho commentato quella dell’Antico Testamento; oggi vorrei invece portare alla nostra attenzione, invitarci a portare nel cuore alcune espressioni della prima lettura che è tratta dall’Apocalisse. Il termine ultimamente insomma per tradizione lo usiamo male, perché pensiamo all’Apocalisse come a un qualche cosa di distruttivo, diciamo è apocalittico; abbiamo in qualche modo distrutto, rovinato il significato originale del termine che dal greco vuol dire invece rivelazione, in qualche modo buona notizia sul futuro, non è anticipazione. No. Una buona notizia sul futuro rivela la fine che il Signore ha in mente, ma la fine come compimento che ha in mente per tutta l’umanità e per tutta la creazione. E viene a dirci (siamo al termine del libro dell’Apocalisse), viene a dirci (è una affermazione verso tutta l’umanità credente o non): ecco io faccio nuove tutte le cose. Quando guardiamo e assistiamo o la cronaca ci trasmette notizie negative non potremo mai dire che queste sono notizie nuove o che stanno facendo nuovo e bello. No, quelle sono notizie vecchie e che stanno invecchiando e distruggendo. La notizia nuova, la notizia buona, la notizia vincente è quella che fa fiorire, sbocciare e portare i frutti del bene. E Dio ci dice, ci rivela (come sarebbe in termine Apocalisse), che nel futuro ci sta il bene, ci sta la novità della vittoria del bene; e poi – affermando di se stesso come guida della storia – utilizza immagini dell’alfabeto di allora, l’alfabeto greco: ecco io sono l’alfa (è la prima lettera dell’alfabeto) e sono l’omega (è l’ultima lettera dell’alfabeto), per dire che Dio sta dall’inizio alla fine, è tutto il percorso dell’esistenza “io sono il principio, l’origine, la creazione, io sono la fine” (non come morte ma come compimento). Ecco, stare con il Signore, aderire al Signore, seguire l’esempio del nostro protettore San Giorgio significa essenzialmente entrare in questa dinamica di novità del futuro che porta alla vittoria del bene, che entra nella dinamica di Dio che è alfa e omega, principio e fine.
Chiediamo a San Giorgio di essere anche noi dentro questo suo esercito, che lotta disarmato per porre limiti al male e sa di essere vincitore perché è l’esercito di Dio, principio e fine, è l’esercito armato della corazza e dell’armatura del Vangelo; e l’immagine di San Giorgio ce lo ricorda in modo plastico.
Mettiamo quindi fiducia nel guardare avanti perché il Signore con noi e per noi sta facendo cose nuove, cose vere, cose buone e positive.
Amen.

Foto: Leonardo Ciuffreda
