Si è concluso nella chiesa di Santa Maria delle Grazie, a San Giovanni Rotondo, il Cammino del Perdono del Gargano con la celebrazione eucaristica presieduta dal Cardinale Mimmo Battaglia, Arcivescovo di Napoli.
Ad accoglierlo, il saluto del nostro Arcivescovo, padre Franco Moscone, che ha ricordato il significato profondo di questa terra: «Il Gargano è la montagna del sole, la prima della nostra Repubblica a essere illuminata. Da qui, da secoli, partono i raggi del vero Sole, quelli del Vangelo. Qui l’Arcangelo Michele ci ricorda che l’unica guerra lecita è quella contro il male, combattuta con l’arma della verità, che è la Parola di Dio, e con il soccorso della fraternità. È una luce che san Pio da Pietrelcina ha reso ancora più intensa attraverso i segni della misericordia e le stigmate del Signore Gesù.»
Di seguito pubblichiamo integralmente l’omelia del Cardinale Battaglia.


Perdono del Gargano
San Giovanni Rotondo, 1 luglio 2026
Fratelli e sorelle, vi dico subito grazie per questo invito. È per me, anzitutto, la felice occasione di poter salutare il caro fratello vescovo, Franco Moscone, custode di questa Chiesa locale e dell’enorme eredità spirituale in essa presente.
I due Santuari che avete toccato nel pellegrinaggio sono due scrigni preziosi che contengono due testimonianze vive dell’amore e della misericordia di Dio. La prima è quella dell’arcangelo Michele, il quale ci ricorda che nessun male, dentro e fuori di noi, può condannarci alla morte, ma che in Dio solo e sempre esiste la salvezza. Colgo l’occasione per salutare i Padri Micaeliti che sempre con gioia e disponibilità vivono il servizio di accoglienza presso il santuario di Monte Sant’Angelo. La seconda testimonianza è quella di San Pio da Pietrelcina, apostolo della misericordia, annunciata nel sacramento della riconciliazione, nello sguardo amorevole verso gli ammalati, nell’ invito costante alla preghiera che coinvolge tanti gruppi in tutto il mondo. Sono felice di essere in questo santuario dove egli ha vissuto la sua vita e il suo ministero. Ringrazio i Frati Cappuccini di San Giovanni Rotondo e dell’intera “Provincia religiosa di Sant’Angelo e san Pio” per il loro instancabile servizio e per questa preziosa occasione di essere qui, oggi, anche io pellegrino.
È bello essere con voi, sul Gargano, in questo luogo dove la roccia sa pregare e il vento porta ancora l’eco delle voci dei santi. Siamo qui – giovani e famiglie, pellegrini e cercatori di senso – in occasione dell’ottocentesimo anniversario del Transito del Poverello. Otto secoli fa, un uomo piccolo e grande chiuse gli occhi al tramonto e li aprì all’eternità. E ancora oggi, quella morte che lui chiamava “sorella” continua a generare vita, continua a mettere in moto i cuori e le menti, indicando loro mete alte, mete altre. “Il Perdono del Gargano – Sotto il suo Mantello”: questo è il nome del vostro pellegrinaggio. E già nel nome c’è un programma. Il perdono: perché senza di esso non si cammina, si zoppica soltanto. Il mantello: perché Francesco non è un monumento da contemplare, ma un fratello sotto cui rifugiarsi quando il freddo del cuore si fa insopportabile.
E per una coincidenza singolare nella liturgia di oggi c’è una parola che ci viene consegnata, una parola che attraversa il Vangelo appena proclamato come un filo d’oro attraversa un panno consumato: quella parola è desiderio. E questa parola, con una straordinaria ostinazione, compare in Zaccheo come nella vita di Francesco, come se il tempo non riuscisse a logorarla, come se ogni epoca avesse bisogno di ritrovarsela davanti, intatta e bruciante. Zaccheo desidera vedere Gesù. Francesco desidera il Vangelo nudo, senza glosse né ornamenti. Zaccheo desidera uno sguardo che lo raggiunga al di là della folla, oltre il muro di diffidenza e disprezzo che gli uomini hanno costruito intorno a lui mattone dopo mattone. Francesco desidera un volto che restituisca finalmente verità alla sua vita, che dica la sua parola più vera, quella che nessun successo era riuscito a pronunciare.
Entrambi sono uomini inquieti. Entrambi sono incapaci di accontentarsi di ciò che il mondo offre loro con tanta generosa mediocrità. L’uno possiede ricchezze che non riescono a riempirgli il cuore, come acqua che cola da un vaso crepato. L’altro scopre che perfino i sogni di gloria — le armature lucenti, la cavalleria, la fama — sono troppo piccoli davanti all’infinito di Dio, come lanterne spente davanti al sole. Tra questi due desideri, lontani nel tempo ma vicinissimi nell’anima, si muove la storia della salvezza. Perché la fede non nasce mai da un dovere rispettato, da un calcolo onorevole, da una strategia morale ben congegnata. Nasce sempre da un desiderio che non si lascia soffocare. Un desiderio che, anche quando sembra spento, cova sotto la cenere e aspetta. Aspetta il passaggio di Qualcuno.
E forse il dramma più profondo del nostro tempo non è l’assenza di Dio. Dio non si è mosso. Il dramma è l’anestesia del desiderio. Non si desidera più. Non si alza più lo sguardo. Non si corre più verso niente. Non ci si arrampica più su nulla. Si cammina, non si cerca. Si consuma, non si anela. Si è connessi a tutto, ma non si appartiene a nessuno.
Zaccheo invece corre. Con una dignità e una libertà quasi scandalosa, corre. Francesco pure corre, lasciandosi alle spalle tutto ciò che sembrava indispensabile – i tessuti preziosi del padre, le monete sonanti, il futuro garantito – come si lasciano cadere le catene quando finalmente si capisce che erano catene. Entrambi ci insegnano, con la loro vita più che con le loro parole, che chi cerca davvero Dio non teme di apparire fragile pur di incontrarlo. Non teme il giudizio della folla. Non teme il ridicolo. Non teme l’incomprensione. Perché c’è un fuoco dentro che brucia più forte di qualsiasi sguardo ostile.
Luca ci presenta un uomo che, a prima vista, sembra non aver bisogno di nulla. È ricco. È potente. È il capo dei pubblicani, il vertice di una piramide costruita sulla collaborazione con l’occupante e sulla riscossione delle tasse. Ha costruito la sua sicurezza sul denaro e sul potere come si costruisce una fortezza: muro su muro, torre su torre. È uno di quelli che il mondo guarda con rispetto e insieme con disprezzo — quella miscela velenosa che le società riservano a chi ha avuto successo con mezzi che tutti usano ma nessuno vuole ammettere di usare. Eppure proprio lui, l’uomo riuscito per eccellenza, è abitato da una mancanza che non riesce a nominare, da una crepa nel muro della fortezza che nessuna ricchezza riesce a stuccare. C’è in Zaccheo una sproporzione interiore. Una voragine. Tutto ciò che possiede non basta a colmare ciò che gli manca. È una dinamica che conosciamo. La conoscono i palazzi lussuosi e le ville sul mare. La conoscono i conti correnti gonfi e le agende stracolme. La conoscono i profili sui social con migliaia di follower e le serate passate in un silenzio che fa paura.
Perché esiste una povertà più profonda di quella economica, più silenziosa e più corrosiva: la povertà di senso, la povertà di sguardo, la povertà di futuro. Zaccheo ha tutto, ma non ha uno sguardo che lo riconosca davvero, nella sua verità, senza calcolo e senza interesse. Anche Francesco, figlio della ricchezza e del commercio di Assisi, comprenderà a sue spese che l’abbondanza non salva. Che la vera fame non era di beni, ma di Vangelo. Che si può avere il mondo e sentirsi vuoti come sepolcri imbiancati. Entrambi scoprono che l’uomo non coincide con ciò che possiede, ma con ciò che desidera. Non sei il tuo conto in banca. Non sei il tuo curriculum. Non sei la tua reputazione. Sei il tuo desiderio più vero, quello che hai nel cuore quando finalmente sei solo e onesto con te stesso.
Forse è proprio questo bisogno bruciante di essere visto che mette Zaccheo in cammino. Vuole vedere Gesù. Ma non riesce. Il testo è prezioso nella sua concretezza corporea: è piccolo di statura. Ma questa piccolezza non è soltanto fisica. È esistenziale. È simbolica come tutte le vere piccolezze. È piccolo davanti alla folla che lo schiaccia, davanti alla sua stessa storia che lo pesa, davanti al giudizio degli altri che lo cataloga e lo condanna, dentro l’immagine pubblica che si è costruito e che ora lo imprigiona come una maschera che non riesce più a togliersi.
E la folla — parola decisiva nel Vangelo di Luca — non lo aiuta. Lo ostacola. La folla può diventare luogo di comunione o di confusione, finestra su Cristo o muro che lo nasconde. Anche Francesco dovrà attraversare una folla: quella delle aspettative del padre Pietro di Bernardone, dei sogni di successo cavalleresco, delle logiche del profitto medievale, dei preti che predicano povertà e vivono nell’agio. E come Zaccheo, sceglierà di uscirne per vedere finalmente il volto del Signore senza intermediari.
Quante folle ancora oggi impediscono di vedere Cristo! La folla del giudizio che sentenzia prima di capire. La folla della fretta che non lascia mai abbastanza silenzio perché il Signore possa passare. La folla dei ruoli sociali che ci chiede di essere sempre performativi, sempre produttivi, sempre all’altezza di qualcosa. La folla dei social che moltiplicano immagini fino all’overdose ma impoveriscono gli sguardi veri, quelli che sanno stare, quelli che sanno aspettare. La folla delle parole che urlano ma non ascoltano, che riempiono ma non nutrono, che distraggono ma non liberano. La folla delle ideologie che semplificano ciò che è dolorosamente complesso. La folla delle paure che paralizzano ciò che potrebbe essere vivo, audace, libero.
In mezzo a questa folla l’uomo contemporaneo rischia di diventare come Zaccheo: piccolo non perché povero, ma perché impedito. Circondato da tutto, ma incapace di vedere l’Unico necessario.
E allora Zaccheo fa qualcosa di inaspettato: sale su un sicomoro. Un gesto quasi indecoroso per un uomo del suo rango e della sua età. Un uomo ricco che si arrampica con le mani che si sporcano, con la tunica che si stropiccia, con la dignità che vola via come un cappello nel vento. Francesco compirà un gesto altrettanto scandaloso, altrettanto liberante, quando si spoglierà davanti a tutti nella piazza di Assisi, restituendo perfino gli abiti al padre, rimanendo nudo come il primo giorno, nudo come la verità, nudo come solo sanno stare coloro che non hanno più nulla da perdere perché hanno trovato Tutto. Due gesti diversissimi, separati da dodici secoli, eppure animati dalla stessa libertà radicale, dalla stessa pace pericolosa: smettere di difendere un’immagine per lasciare spazio alla verità.
Sorelle, fratelli miei: non esiste incontro con Dio senza attraversare la propria immagine. Non esiste fede senza il coraggio di apparire meno davanti agli occhi degli uomini per diventare finalmente più davanti agli occhi di Dio. Non esiste vocazione senza quella notte in cui si lascia cadere la maschera e si sale sul proprio sicomoro, qualunque forma esso abbia. Un monastero, forse. Una scelta d’amore difficile. Una professione messa al servizio dei poveri. Un perdono dato quando si avrebbe tutto il diritto di non darlo. Un sì pronunciato quando il mondo dice che non conviene.
Zaccheo perde la propria dignità sociale per guadagnare uno sguardo. Francesco perde ogni sicurezza materiale per ritrovare il volto del Padre che i beni di questo mondo gli avevano oscurato. Ed è qui che il Vangelo compie il suo capovolgimento più vertiginoso, il suo rovesciamento più tenero e imprevedibile. Non è più Zaccheo a vedere Gesù. È Gesù che vede Zaccheo. Gesù alzò lo sguardo — un gesto del corpo che è un gesto dell’anima — e disse: «Zaccheo».
Il nome. Il nome è sempre il primo luogo della salvezza. Essere chiamati per nome significa essere riconosciuti. Non catalogati. Non giudicati. Non etichettati. Riconosciuti nella propria verità più profonda e più fragile, in quella parte di sé che nessun titolo riesce a coprire e che nessuna vergogna riesce del tutto a nascondere. Per la folla, Zaccheo è “il pubblicano”, “il collaboratore”, “il corrotto”. Per Gesù è Zaccheo: una persona. Un nome. Una storia. Un futuro possibile.
Così sarà per Francesco: tutti vedevano il figlio un po’ stravagante di Pietro di Bernardone, forse un po’ fuori di testa, forse troppo sensibile per questo mondo. Cristo vedeva in lui già il fratello universale, il poverello che avrebbe restituito il Vangelo al cuore della Chiesa come il vento restituisce il seme alla terra.
«Scendi subito, perché oggi devo fermarmi a casa tua». E qui il Vangelo diventa vertiginoso, quasi ingovernabile nella sua misericordia. Perché Gesù non dice: prima cambierai e poi verrò. Non dice: prima ti convertirai e poi entrerò da quella porta. Non dice: prima sarai degno e poi mi siederò alla tua tavola. Dice esattamente il contrario, con una libertà che scandalizza i benpensanti di ogni epoca: oggi devo fermarmi a casa tua. La grazia precede la conversione. La misericordia precede la morale. L’incontro precede la trasformazione. L’amore arriva prima, non dopo. Arriva quando la casa non è ancora in ordine. Arriva quando la vita è ancora un cantiere. Arriva quando il cuore è ancora pieno di polvere e di macerie. Questo è ciò che scandalizza la folla e che salva Zaccheo. Questo è il cuore pulsante e scomodo del Vangelo.
Zaccheo scende in fretta, con la stessa rapidità con cui era salito. La vera conversione non è una lenta resistenza, non è un piano di miglioramento progressivo, non è una lista di buoni propositi. È un movimento del cuore. E la gioia che ne deriva è il segno più autentico della conversione. È la stessa letizia che Francesco chiamerà perfetta: quella che nessuna povertà può togliere, nessun freddo spegnere, nessun rifiuto schiacciare, perché non nasce da ciò che si ha, ma dall’essere abitati da Cristo.
E subito dopo – con una concretezza disarmante – arriva il frutto della trasformazione: la restituzione e la solidarietà. Zaccheo si alza e dice: «Do la metà dei miei beni ai poveri e, se ho rubato a qualcuno, restituisco quattro volte tanto». Anche Francesco, dopo l’incontro con Cristo, non cambia soltanto il cuore nell’intimo segreto dell’anima. Cambia il modo di abitare il mondo. I poveri diventano fratelli, il creato diventa casa, perfino il lupo diventa prossimo e la morte sorella. Per questo Gesù conclude con quelle parole che risuonano come una fanfara discreta e potente: «Oggi per questa casa è venuta la salvezza». Non dice: per quest’uomo soltanto. Dice: per questa casa. Per tutto ciò che la abita. Per le relazioni che ci vivono, spesso ferite e difficili. Per le economie che ci scorrono dentro, spesso ingiuste. Per le memorie che ci pesano, spesso ancora irrisolte.
Amiche, amici, chiediamo al Poverello, quest’oggi, insieme, il dono di un desiderio puro e vivo, la capacità di fidarci della sua Parola, la disponibilità gioiosa e piena di stupore nell’accoglierlo nella nostra casa e la prontezza nel cambiare vita come lui, come Zaccheo. E chiediamogli come Chiesa la capacità di parlare ai tanti Zaccheo del nostro tempo affinché tutti sappiano che non c’è nulla di perduto che non possa essere salvato:
Francesco, fratello nostro, tu che hai scelto di spogliarti di tutto
per rivestirti soltanto del Vangelo,
insegnaci a riconoscere gli Zaccheo del nostro tempo.
Sono coloro che hanno riempito le mani
ma sentono il cuore vuoto.
Quelli che hanno costruito fortune
e hanno smarrito gli affetti.
Quelli che il denaro ha reso potenti,
ma incapaci di dormire in pace.
Sono gli imprenditori che hanno sacrificato tutto al profitto
e ora cercano un senso che il mercato non sa vendere.
Sono quegli amministratori e quei politici
che cadono nella tentazione di servire il potere anziché il bene comune.
Sono i professionisti che hanno inseguito il successo
dimenticando il volto delle persone.
Sono quanti hanno ceduto alla corruzione, alla logica del privilegio,
all’illusione che tutto abbia un prezzo.
Sono gli uomini e le donne prigionieri dell’avidità,
del possesso, dell’apparire, che continuano ad arrampicarsi sugli alberi
delle proprie ambizioni perché, in fondo, desiderano soltanto
incrociare lo sguardo di Cristo. Ma non lo sanno.
Francesco, insegnaci a non condannare,
ma neppure a giustificare.
Ad annunciare una misericordia
che non cancella la verità, ma apre sempre una strada di conversione.
Ricordaci che nessuno è così ricco da non aver bisogno di essere salvato,
e nessuno è così povero da non avere qualcosa da restituire.
Fa’ che la Chiesa
non abbia paura di parlare con profezia, nei luoghi dove si decidono gli interessi,
nelle stanze del potere, nei consigli di amministrazione,
negli uffici della finanza, nelle piazze della politica,
per ricordare che il bene comune vale più del profitto
e che la dignità di una persona non può essere sacrificata
sull’altare del denaro e del potere.
Ottienici il coraggio di una società che non misuri il valore di un uomo
da ciò che possiede, ma dalla capacità di condividere;
che non applauda chi accumula, ma chi restituisce;
che non premi i furbi, ma gli onesti;
che sappia riconoscere che la vera ricchezza è quella che diventa fraternità.
E insegnaci, Francesco, che convertirsi non significa salire più in alto,
ma avere il coraggio di scendere, come Zaccheo,
dall’albero delle nostre illusioni.
Donaci un cuore capace di riparare
ciò che l’egoismo ha ferito,
di ricucire ciò che l’indifferenza ha spezzato,
di trasformare ogni casa
in una dimora abitata dal Vangelo,
con la porta sempre aperta,
la tavola sempre apparecchiata
e un posto disponibile per chiunque busserà.
Perché solo una casa che accoglie
diventa davvero casa di Dio.
E solo un cuore che si apre all’Amore
può cambiare il mondo.
Amen.
Le foto che accompagnano questo articolo sono tratte dalla diretta di Padre Pio TV.
