Sui passi di Francesco (insieme a Davide Rondoni)

Uno squarcio sulle tante letture ed interpretazioni stratificatesi nel corso dei secoli è stato quello offerto Davide Rondoni su Francesco d’Assisi in un incontro organizzato dall’Ente parco nazionale del Gargano nella suggestiva cornice dell’Abbazia di San Leonardo in Lama Volara. Un ritorno per il poeta forlivese, nominato presidente del Comitato nazionale per la celebrazione dell’ottavo centenario della morte del Santo, in una terra che ha definito di grandi poeti oltre che “meravigliosa”.

In “Sui passi di Francesco” Rondoni ha cercato, attraverso un percorso originato anche dalla sua esperienza personale, in un misto di poesie e musica dei Rione Junno, di passare al setaccio la vita e le opere dell’Assisiate, depurandole dalle tante sovrastrutture accumulatesi nei secoli. In questo ribaltamento di prospettiva il Cantico delle creature, l’opera più conosciuta di Francesco (che in realtà era Giovanni di nascita, ma così chiamato perché figlio della “Francese”) smette di essere la celebrazione della natura per ridiventare un canto di lode a Dio “altissimo, onnipotente e buono”; la povertà francescana non è il sinonimo della miseria e la letizia non è un sorrisetto babbeo.

Francesco –ammonisce Rondoni – bisogna guardarlo negli occhi. I passi dietro Francesco (che è il titolo di questa serata) non sono passi comodi in cui si riduce Francesco a quello che uno pensa di sapere già: e la pace, e la natura e l’ecologia. Non se ne può più di questo Francesco ritagliato a nostra misura! No. Siamo noi che abbiamo bisogno di lui, non lui che ha bisogno di noi. Quindi l’interpretazione di Francesco è un’avventura, è qualcosa che non finisce mai e che ci continua a interrogare e a scuotere anche in quelle zone della vita nostra che vorremmo tenere un po’ più tranquille e riparate; invece lui arriva lì e dice: ma tu, la vuoi una vita lieta? La vuoi veramente una vita lieta?”

Molti scambiano il Cantico come una specie di inno alla flora e alla fauna. In realtà “è un cantico all’Altissimo onnipotente, in cui Francesco convoca tutti gli elementi che sono presenti in tutte le grandi cosmogonie: l’aria, l’acqua, la terra, il fuoco che cantino con lui all’Altissimo onnipotente. E sono queste tre parole con cui Francesco inizia “altissimo, onnipotente, buono”: tutta la vita di Francesco è la commozione del poter dire “buono”.

Il punto focale del Cantico è il ringraziamento per “sorella morte”, perché è l’apice della povertà. Sappiamo che dalla morte corporale nessun uomo può sfuggire. “Si può dire “sorella morte” – spiega Rondoni – solo se anch’io non sono mio e quindi la morte è la sorella che mi riporta alla casa del mio vero Padrone. Se la partita della vita fosse tra vita e morte si saprebbe già il risultato perché dalla vita corporale nessun uomo può scappare. È invece una partita tra l’amore e la morte, tra la composizione contro la decomposizione. Cosa lasci dietro di te: più composizione o decomposizione? Questa è la sfida che vale fino all’ultimo momento nella partita della vita. Nel Cantico c’è questa frase impressionante che Francesco può dire solo perché è sicuro della resurrezione perché, se tu sei il padrone di te stesso e la morte è l’ultimo orizzonte, non puoi chiamarla sorella morte, non c’è modo.”

E poi c’è un altro elemento impressionante nel Cantico. Francesco dice “laudato sii mio Signore per le stelle che sono clarite et pretiose et belle, l’acqua che è utile et humile et pretiosa et casta”. “Francesco – spiega Rondoni – non è un ingenuo, sa – come Lucrezio, come Leopardi – che la natura non è buona in sé o cattiva in sé. Oggi c’è un po’ di retorico sulla natura come se fosse “madre natura”. Per Francesco dipende da come la guardi, se l’ami non perché è tua, non perché fa quello che dici tu. L’ami perché è segno di un altro: dell’Altissimo, Onnipotente, Buono. Allora è amabile.

Ma per Francesco le lodi sono anche per l’uomo che “perdona”; e poi giustamente aggiunge che il perdono è “per lo tuo amore”, perché il Santo sa che – a volte – l’uomo deve appoggiarsi ad un amore più grande. “Il perdono – spiega Rondoni – è un atto che in natura non esiste. L’uomo fa due cose che nelle altre creature non ci sono: mangiamo, ci organizziamo, moriamo, ci accoppiamo; quello lo fanno tutti, in qualche modo. Due cose le carpe e i carciofi non fanno: il perdono e l’arte. Sono due cose che in natura non esistono. Il perdono è ciò che fa andare avanti anche le civiltà, le società. Però è un atto assolutamente libero, è un atto non biologico, è un atto che non risponde a nessuna necessità biologica. E’ libero assolutamente: per questo è un’indicazione antropologica importante.”

La lode, poi, del Santo di Assisi è per l’uomo “cum tucte le tue creature” affermando – contro l’eresia catara – che per amare Dio non occorre disprezzare il mondo. “Ecco perché – sottolinea Rondoni – Francesco è attuale: perché ha segnato la nostra civiltà in maniera impressionante”.

Il termine letizia trae la sua origine da letame, ossia concimazione. E cosa concima la nostra vita? “Francesco – spiega Rondoni – non promette la felicità. Promette la letizia, cioè una vita concimata. E che cosa concima Francesco? Lo concima una cosa di cui purtroppo si parla poco: la fede della risurrezione, perché se non c’è questo, come già San Paolo, sono tutte chiacchiere. La risurrezione è una cosa di cui non parla più neanche i vescovi, a volte. Però invece è la questione che rende lieto Francesco, rende concimata la sua vita. Quando si parla di Francesco si parla sempre della pace, il santo della pace, la pace, la pace, ma San Francesco non è un funzionario dell’ONU. Il saluto di Francesco è (tra l’altro anche quello fatto che ha fatto l’ultimo Papa facendosi alla loggia del Vaticano): il Signore ti dia pace! Non Trump ti dà la pace, non l’ONU ti dà la pace. La pace te la dà il Risorto. E Francesco trova questa parola nell’Apocalisse. Dice: la sofferenza si può sopportare in pace perché sarai incoronato”.

La povertà è una questione d’amore che da il giusto valore ad ogni creatura. “La nascita – spiega Rondoni – è una benedizione, sei una creatura, vai bene. Che tu sia al Serafico o sia al Quirinale, vai bene a prescindere. L’amore di San Francesco, quello che noi chiamiamo povertà, è una questione d’amore che vede il valore delle creature. Spesso si confonde la povertà con la miseria. San Francesco non è il santo della miseria. Dai Francescani sono nate le banche; l’inventore della partita doppia è un francescano, Pacioli. I francescani hanno portato più benessere nel mondo, non più miseria. Dante, che non sbaglia mai visto che parla di poesia, quando nel canto del Paradiso parla della povertà di Francesco, dice che Madonna Povertà era la sposa di Cristo; e poi dice che Madonna Povertà rimane vedova; poi arriva un nuovo amante che è San Francesco e questi due giovani amanti (siamo nel lessico amoroso, non nel lessico della sociologia, non nel lessico, come si può dire, del moralismo), perché il vero amante è il povero.”

Quindi l’invito a seguire Francesco perché è un Santo “imitabile, non inimitabile”. Altrimenti non avrebbe senso parlare di “sui passi di …”.

Leonardo Ciuffreda