Nella Messa Crismale, cuore della comunione diocesana, l’arcivescovo padre Franco Moscone consegna alla Chiesa tre parole, bellezza, ideale e pace, come traccia concreta di fede vissuta e responsabilità condivisa nel tempo presente.
Cattedrale di Manfredonia – 1 aprile 2026
Un grazie sincero a tutti per avere affrontato una giornata di diluvio, soprattutto per chi è arrivato da lontano, ha dovuto attraversare la montagna del Gargano per essere qui in cattedrale, o scendere da Monte e dalle altre città del nostro bellissimo territorio.
E poi questo grazie lo voglio dire in modo particolare al confratello nell’episcopato, monsignor Domenico, ad ognuno dei sacerdoti presenti, tanto del Presbiterio diocesano che delle diverse istituzioni religiose che abbelliscono la nostra Diocesi. Dico grazie per questi sette abbondanti anni trascorsi con voi e lo dico in modo particolare anche per il testo di Vangelo che ci è consegnato nella Messa Crismale e che a me è particolarmente caro perché è il Vangelo della domenica in cui iniziai con voi il percorso di pastore di questa Diocesi sipontina. Quindi grazie a ognuno e a tutti.
Voglio consegnare quest’oggi tre parole.
La prima la prendo dallo sguardo. Il testo di Giovanni della manifestazione del Risorto utilizza tre verbi diversi in greco per dire guardare e vedere. C’è il verbo “θεωρέω” che è lo sguardo arricchito dalla riflessione; non è ancora lo sguardo della fede ma è già un passaggio rispetto al semplice osservare e vedere. E la parola che prendo dallo sguardo di questa sera è la parola bellezza: può sembrare strano ma è così. Dalla esperienza di questi anni devo dire che la Messa Crismale è la più bella di tutte, perché è quella che rappresenta la totalità della nostra Chiesa e ne rappresenta la sinodalità che abbiamo a lungo per anni cercato di approfondire.
È bella questa assemblea liturgica perché dice la totalità del popolo santo di Dio, del nostro sacerdozio comune, battesimale. Ci siamo veramente tutti, almeno come rappresentanza, e siamo tutte le vocazioni e le espressioni del popolo di Dio. Sinodalità significa comunione e questo è il momento in cui esprimiamo l’unità, l’unità di comunione che è la finalità del Vangelo e dell’annuncio del Vangelo.
Sinodalità è poi missione. Ebbene questa celebrazione dice il nostro impegno di portare il Vangelo fino agli estremi confini del nostro territorio diocesano e ci siamo di tutte le parti. Sinodalità dice partecipazione, una partecipazione che è differenziata in base alle diverse esperienze di vita cristiana e di vocazione che ci è stata consegnata. Ebbene, teniamo nel nostro cuore questa parola “bellezza” che è la bellezza di Dio, la bellezza del Vangelo, la bellezza della Chiesa, nonostante tutte le sporcizie che ci possiamo mettere dentro.
La seconda parola la prendo da una frase del diario del nostro servo di Dio, don Antonio Spalatro, di cui celebriamo i cento anni dalla nascita. E quindi questa seconda parola – e il commento che ne faccio – la vorrei consegnare soprattutto a voi, fratelli nel sacerdozio e nella vita consacrata ed è la parola “ideale”. La frase più bella, secondo me, del diario di Don Antonio è questa: “formare con Cristo una cosa sola, questo è l’ideale”. Come realizzare la forma di Cristo in noi, come ottenere questo ideale del cammino cristiano è la via all’ideale. Ma a tutti – e in particolare noi che viviamo una vocazione speciale al ministero o alla profezia della vita religiosa – ci tocca un surplus, direi, di spiritualità.
E allora commenterei questo ideale con un’affermazione, tratta dalla prima lettera pastorale del cardinale Carlo Maria Martini alla sua diocesi di Milano. Un testo, un’espressione del 1986, ma sempre vivissima e credo sia un po’ la chiave del suo ministero e possa essere una sintesi di quella che è l’ecclesiologia autentica. Il testo di quella lettera pastorale ha come titolo “la dimensione contemplativa della vita”. E Carlo Maria Martini la spiegava dicendo che si tratta di una preghiera eucaristica silenziosa. Non celebriamo l’Eucaristia come preti: siamo ministri, servi dell’Eucaristia e tutti coloro che partecipano all’Eucaristia, anche voi laici in quanto battezzati, la celebrate nel vostro sacerdozio. Ma non basta: questa partecipazione, ci vuole qualche cosa in più, ci vuole – soprattutto per noi, preti, religiosi e religiose – un surplus di silenzio nella nostra vita. Di quel silenzio che ci fa aderire a quella che è la vera Eucaristia e ci fa essere, non solo coloro che celebrano, amministrano l’Eucaristia, ma che diventano Eucaristia nel silenzio testimoniale della loro esistenza. La frase centrale di questa lettera del cardinal Martini, che invito tutti (soprattutto i miei confratelli nel sacerdozio, se avessero tempo) a leggerla, si farebbero un regalo, è brevissima, non con più di venti pagine. La frase è questa: “Dal noi e sul noi della Chiesa emerge e si definisce l’io del credente, il quale apre al tutto della cattolicità”. In questa frase – a mio giudizio – c’è la sintesi totale dell’ecclesiologia cristiana e della nostra adesione alla Chiesa di Cristo. E sul noi, sulla fratellanza nell’unica fede in Cristo Crocifisso e Risorto, asceso alla destra di Dio, che si fonda il nostro personale essere credenti. Perché poi, di fronte al Padre, a Dio, siamo chiamati a rispondere di persona; ma questa risposta parte e nasce da un noi che ci ha generato. E questa risposta personale apre alla totalità, al tutto, dell’esistenza cristiana e creaturale.
Dunque, prima parola bellezza, la seconda ideale, che è carne, che è vita, che è questo noi ecclesiali, che diventa il mio personale essere credente e mi apre il cuore alla totalità dell’essere cattolico.
E la terza parola me l’ha anticipata don Luca, nel saluto iniziale, e non può che essere così: è la parola pace. Nell’apparizione, nella manifestazione di Gesù agli Apostoli nel cenacolo, la sera di Pasqua, la parola pace ritorna con forza; non solo è la prima, ma è ripetuta: “pace a voi” e non la pace sia con voi, come abbiamo modificato nell’espressione liturgica. “Pace a voi” (Εἰρήνη ὑμῖν). Perché la pace per noi, figli del Crocifisso Risorto, non è un augurio; non è neppure solo un desiderio, anche se questo desiderio sta dentro e deve stare dentro i nostri cuori e i nostri pensieri; non è un congiuntivo, ma è un imperativo. È un imperativo, è un dovere da accogliere, perché la pace è Cristo, è da portare, diventando operatori di pace.
A questo punto, vi leggo una parte della lettera che – possiamo usare il noi – abbiamo scritto come rappresentanti di un’associazione che da un anno a questa parte ha voluto chiamarsi “Preti contro il genocidio”. Al momento aderiscono più di 2200 sacerdoti di 58 Paesi, oltre a 25 Vescovi e due Cardinali. È una lettera scritta dopo i fatti di domenica e quindi si rivolge in modo particolare all’avvenimento dell’esclusione, della chiusura del Santo Sepolcro al cardinal Pizzaballa e al custode dei luoghi santi, padre Francesco Ieppo. Sono eredi della missione francescana che custodisce i luoghi sacri da otto secoli, radicata nella memoria dell’incontro tra San Francesco e il Sultano.
“Umiliarli e ostacolarli nell’esercizio del loro ministero significa colpire, non solo due persone, ma anche un segno vivente di dialogo, convivenza e presenza fedele nel cuore del Medio Oriente. Per questo motivo rivolgiamo questo appello non solo ai responsabili delle Chiese, ma alla coscienza dei cristiani di ogni luogo. Chiediamo a vescovi, sacerdoti, pastori, responsabili religiosi, teologi e comunità cristiane di tutto il mondo di non restare in silenzio. Chiediamo che questa violazione venga nominata pubblicamente nella predicazione, nella preghiera, nell’insegnamento pastorale e nella testimonianza pubblica durante la Settimana Santa. Chiediamo a diocesi, conferenze episcopali, seminari, facoltà teologiche, organismi ecumenici e movimenti cristiani di parlare con chiarezza e coraggio. Il silenzio, ora, non sarebbe prudenza, sarebbe resa. Ci rivolgiamo anche ai governi che affermano di difendere la democrazia, i diritti umani e la libertà religiosa perché agiscano con coerenza e verità. La libertà di culto non può essere invocata in modo selettivo. Il diritto internazionale non può essere difeso solo quando conviene. I luoghi santi non possono essere onorati mentre le persone che vivono attorno ad essi vengono abbandonate, umiliate, sfollate o distrutte. Allo stesso tempo, ci appelliamo in modo particolare a quegli ambienti cristiani, in cui forme di sionismo cristiano, continuano a deformare la fede biblica e a oscurare il Vangelo. Nessuna teologia che benedica il dominio, l’espropriazione o la punizione collettiva può essere conciliata con il Dio di Gesù Cristo. Nessuna lettura della scrittura che metta a tacere il grido degli oppressi può ancora pretendere di servire la verità del Vangelo.
All’inizio della Settimana Santa ricordiamo che la passione di Cristo non viene solo commemorata nella liturgia: continua anche nella storia. Continua in tutti coloro che sono schiacciati dalla violenza, spogliati della dignità, cacciati dalle loro case o privati persino del diritto di piangere e pregare in pace.
In modo particolare continua nella sofferenza del popolo palestinese, a Gaza, in Cisgiordania e nel sud del Libano, che subisce devastazioni, sfollamento, assedio e la distruzione delle condizioni più elementari della vita umana. Perciò ci appelliamo a tutta la Chiesa: non voltatevi dall’altra parte. Questo è un momento di verità, questo è un momento di chiarezza morale, questo è un momento di coraggio. Se crediamo che Cristo sia presente nei feriti, allora dobbiamo difendere i feriti. Se crediamo che il Vangelo sia una buona notizia per gli oppressi, allora dobbiamo rifiutare ogni teologia, ogni diplomazia e ogni silenzio che li abbandona. Se celebriamo la morte e la risurrezione di Gesù, allora non possiamo restare neutrali davanti ai popoli crocifissi.
Possa questa Pasqua non trovarci silenziosi, timidi o evasivi; possa trovarci fedeli, possa trovarci pronti a parlare, a pregare, a agire, a stare accanto a chi soffre. E possa il grido che sale da Gerusalemme, da Gaza, dal Libano, dalla Terra Santa, dal Medio Oriente tutto, trafiggere la coscienza della Chiesa e del mondo, prima che sia troppo tardi.”
Amen.

Foto: Leonardo Ciuffreda
