Nel cuore del Giovedì Santo, durante la Messa in Coena Domini, l’arcivescovo, padre Franco Moscone, accompagna la comunità a rileggere il gesto della lavanda dei piedi come specchio del cuore del discepolo, tra tradimento e misericordia.
Cattedrale di Manfredonia – 2 aprile 2026
Tra poco come è tradizione, al Giovedì Santo, nella Messa in Coena Domini, faremo il rito simbolico della lavanda dei piedi a dodici persone presenti, che in qualche modo simboleggiano, rappresentano gli apostoli che vissero con Gesù l’esperienza di un discepolato lungo e l’ultima cena con la consegna del memoriale, l’amore agapico di servizio totale e di consegna della vita.
Prima, attraversando la chiesa, mi sono fermato a salutare alcuni dei ragazzi a cui laverò i piedi e ho chiesto a Niccolò: e tu quale sei degli apostoli? Mi ha risposto qualche cosa. Ho capito – di sicuro – “non Giuda”, forse. Non so se mi hai detto questo.
Gli unici che vengono citati nel Vangelo degli apostoli a cui Gesù ha lavato i piedi sono Giuda e Pietro. Con Pietro c’è un dialogo di battute e risposte, con Giuda – immagino – ci sia uno scambio di sguardi che non ha avuto il coraggio di farsi parola. Vorrei fermarmi un attimo sulla figura di Giuda. È famosa l’omelia di Primo Mazzolari negli anni cinquanta, prima del Concilio, che ha come titolo “Nostro fratello Giuda”.
È un po’ meno famoso, invece, il testo contenuto nella trilogia Gesù di Nazareth del teologo Ratzinger, non di papa Benedetto XVI (perché lui stesso dice, nell’introduzione a quel libro, che lo scrive come teologo, non come papa). Ha però uno sguardo particolare sulla persona di Giuda durante l’ultima cena, ponendosi una domanda: che cos’è che ci turba, che ci sconvolge in questo personaggio? Quello che ha compiuto? (e ha compiuto qualche cosa di veramente grave, il tradimento e la consegna di Gesù perché venisse ucciso). La risposta, però, di Josef Ratzinger è un’altra. Dice chiaramente: ciò che ci turba non è il suo peccato, il suo gesto, per quanto grande; ciò che ci turba è la sua somiglianza con noi, con ognuno di noi, credente e discepoli. Quindi anche con me, che in questo momento cerco di farlo vivere.
Perché è questo l’aspetto sconvolgente: Giuda è tra i discepoli di Gesù fin dal primo momento, è stato chiamato e scelto dal Signore e ha risposto di sì, ha messo la sua generosità, lo ha accompagnato lungo i tre anni di apostolato, ha ricevuto dal Signore anche degli incarichi dentro il collegio degli Apostoli; è rimasto lì, in quel numero, fino alla lavanda dei piedi e all’istituzione dell’Eucarestia. Non è questa la nostra esperienza? E allora dove sta il turbamento? Dove sta ciò che ci deve spaventare? Il peccato di Giuda? Ripete Ratzinger: dice no, perché Giuda (e lo ricorda l’evangelista Matteo) si è anche pentito. Non solo: ha anche restituito quello che aveva ricevuto, i 30 denari. Che cosa volete di più? La risposta: non è il peccato che sconvolge e che rende Giuda simile e che turba le nostre coscienze, ma è il fatto che sia rimasto privo di speranza, non abbia lasciato spazio alla misericordia che è più grande (come dice l’evangelista Giovanni nella prima lettera) più grande del nostro cuore, più grande di ogni peccato. Giuda è rimasto fisicamente vicino a Gesù, è rimasto socialmente parte della sua comunità e del suo gruppo ristretto, ma era una vicinanza esterna. Adagio adagio ha allontanato il suo cuore, era distante alla fine dal cuore del Signore.
Ebbene: questo è un rischio che possiamo correre tutti, non è il rischio dei non credenti o dei pagani. Il peccato di Giuda è il rischio possibile di ogni discepolo, di ognuno di noi, e questo ci deve turbare.
Ma allo stesso tempo dobbiamo avere – e andiamo all’altro apposto – lo sguardo di Pietro. Anche lui, con la medesima esperienza, è in fondo il medesimo gesto di tradimento del Signore, ma ha permesso che lo sguardo di Gesù incrociasse con il suo, con i suoi occhi e il pentimento diventasse bianco e si trasformasse nell’olio balsamico e medicina della misericordia di Dio.
Fratelli e sorelle, non chiudiamo il nostro cuore! Domandiamoci come sta il nostro cuore spirituale, per non rischiare di essere discepoli fisicamente vicini e socialmente vicini al Signore come comunità, ma con il cuore chiuso e distanti dal Suo: saremmo come Giuda.
Don Tonino Bello, commentando la lavanda dei piedi (ed è l’ultima immagine, poi passiamo al rito) ha questa affermazione (cito a memoria): nel catino d’acqua sporca (perché quello di Gesù era un lavaggio vero, non era un rito, alla fioca luce delle lampade del cenacolo), in quell’acqua si rispecchiavano il volto del Signore e il volto dei discepoli traditori. In quel rispecchiarsi, se si incrociano gli sguardi, entra la misericordia e ci fa compiere i passi di vera salvezza.
È quello che ci auguriamo in questa Pasqua, in ogni Pasqua: di incrociare lo sguardo salvifico del Signore, senza paura, perché Lui è più grande di ogni nostro peccato, di ogni nostra delusione.
Attende noi, non i nostri peccati, attende la nostra apertura. E sarà vera Pasqua e risurrezione.
Amen.

Foto: Leonardo Ciuffreda
