7 febbraio 2026

San Lorenzo Maiorano: l’omelia dell’arcivescovo Franco Moscone

Carissimi fratelli e sorelle in Cristo, stimate autorità civili e militari presenti e concittadini tutti di Manfredonia,

il ricorrere dell’annuale festa di San Lorenzo Maiorano diventa sempre occasione e motivo per rinnovare con fede e convinzione comune il nostro saperci e presentarci con un “noi” ecclesiale e civile: ci chiede di presentarci tutti come figli/e della Chiesa sipontina e cittadini/e dell’amata città di Manfredonia e del suo territorio.

La festa patronale deve, dunque, portarci a rinnovare l’appartenenza al “noi” comunitario ed ecclesiale, e lo deve fare incarnandoci nel preciso momento storico, che l’umanità tutta e la città stanno vivendo. Non si tratta di un impegno semplice e scontato: anche per questo c’è bisogno dell’appuntamento annuale del calendario. Il 7 febbraio tanto nel richiamo della fede, che in quello civile può essere visto per la Chiesa e la città di Manfredonia la “festa del NOI”: è l’occasione per manifestare l’identità plurale e storica che ci rende uniti e coesi attorno a valori che ci hanno generato e che ci garantiscono un futuro proprio.

Non è facile oggi celebrare la “festa del NOI” perché tutto ciò che ci circonda sembra fatto apposta per obbligarci ad inchinarci al potere dell’”io”, per costringerci a sacrificare le nostre energie e talenti all’idolo dell’individuo più forte, per depositare la nostra sicurezza nelle mani del potente di turno. Non è questa la via né della Chiesa, né della Società civile, perché la via dell’”ego”, come riferimento unico ed idolo, porta a chiusure, implosioni e conflitti. Invece la via che dà futuro ed apre a relazioni non conflittuali, ma generative, è quella che ci porta alla riscoperta del “noi”: è la certezza della comune identità di figli amati da Dio, certezza fondata nel Vangelo; è la convinzione di saperci depositari degli stessi diritti e doveri di cittadini, convinzione fondata e garantita dalla Costituzione. Il documento finale del Cammino Sinodale italiano, che ha come titolo Lievito di Pace e di Speranza, invita le Chiese d’Italia a riscoprire il noi ecclesiale, mentre l’annuale festa del nostro Patrono è in grado di aggiungere alla riscoperta sinodale del noi ecclesiale anche quella del noi civile. Come ho scritto e ribadito più volte, fondare le relazioni e compiere scelte che abbiano nel “noi” la base di costruzione, aiuta a realizzare il doppio impegno: primo, renderci più coesi e solidali nel servizio alla costruzione di una Città che mira al bene comune, secondo, farci capaci di sentirci fratelli e sorelle in una Chiesa che sa generare relazioni d’amore ed annunciare il Vangelo al cuore di ogni persona.

Mi fermo un attimo sull’impegno della Chiesa e sulla ricaduta, anche civile, che tale impegno costituisce. La finalità della Chiesa, oltre all’annunciare il Vangelo ovunque e sempre, è quella di formare le coscienze dei credenti e di tutte le persone di buona volontà, perché siano aperte al rispetto dell’umanità, al valore primario ed ineludibile della Vita umana dal concepimento alla morte naturale. Non si tratta solo di condannare l’aborto e le scelte eutanasiche come contrarie alla Rivelazione cristiana, ma come sconfitte dell’umanità, come drammi che feriscono le persone che li subiscono e procurano. Scegliere, anche se coperti da una legislazione compiacente e non perseguibili penalmente, la strada dell’interruzione della gravidanza o dell’uscita “dolce” dalla vita, perché ritenuta pesante e dolorosa, è sempre una scorciatoia di responsabilità e sconfitta tanto della ragione che degli affetti umani. Ne era ben convinta Madre Teresa di Calcutta che, nel ritirare il premio Nobel per la Pace nel 1979, denunciò l’aborto come delitto contro la pace: “il più grande distruttore della pace oggi è il grido del bambino innocente non nato”.

Contemporaneamente la Santa degli ultimi, guardando a tante situazioni di anziani lasciati soli e scartati, indicava anche il dramma della solitudine che fa preferire la “morte dolce” alla “vita messa da parte”. Sono significative queste sue parole, sempre tratte dal discorso per il premio Nobel: “non dimentico la visita a una casa per anziani dove c’era tutto, tranne l’amore. Tutti guardavano la porta, in attesa di un figlio o una figlia che non arrivava. Questa è la povertà vissuta nelle nostre case, la povertà che nasce dalla mancanza d’amore.”

La vita si accoglie, la si fa crescere e si mantiene ad una sola condizione, se sempre curata dall’amore di persone presenti. La vita degna, che trova senso in ogni situazione, comprese quelle drammatiche, è quella accarezzata dal sentimento della cura che nasce dall’amore ricevuto e ricambiato. Come cristiani e cittadini interroghiamoci su quanta cura mettiamo nelle nostre relazioni, su quanta tenerezza entra nei nostri rapporti, se è l’amore a guidare le nostre scelte o piuttosto l’interesse individuale che difende l’”ego” e sente tutto ciò che non corrisponde al proprio “io” come possibile contendente, quando non addirittura un nemico da sopprimere. Il segreto della vita sempre degna e significativa sta nella cura: nessuno può trovare vita piena se abbandonato e lasciato solo, rischierà di preferire e scegliere la morte. C’è cura quando c’è compagnia, quando c’è amicizia e fraternità, quando c’è condivisione e solidarietà, quando si riconosce nel volto dell’altro il volto di Dio ed il proprio volto. La cura dà respiro alla vita sempre ed in tutte le situazioni.

La vita, però, per essere curata ha bisogno di un ambiente favorevole che le garantisca respiro e sviluppo: si tratta dell’ambiente della pace. Senza pace non ci può essere spazio per la cura, ma esattamente l’opposto: tutto si trasforma in diritto del più forte, in catastrofe e cultura della morte. Da discepoli di Gesù, Principe della Pace, ed anche come cittadini che si riconoscono nella Costituzione non possiamo dirci neutrali sull’impegno per la pace: dobbiamo schierarci, trasformarci in un esercito disarmato, ma organizzato per diffondere ovunque la vera pace utilizzando la strategia delle beatitudini evangeliche e gli strumenti della mediazione. Papa Leone XIV sfida le Chiese d’Italia ad adottare la strategia della pace: “auspico che ogni Diocesi possa promuovere percorsi di educazione alla nonviolenza, iniziative di mediazione nei conflitti locali, progetti di accoglienza che trasformino la paura dell’altro in opportunità d’incontro. Ogni comunità diventi una ‘casa di pace’, dove si impara a disinnescare l’ostilità attraverso il dialogo, dove si pratica la giustizia e si custodisce il perdono”.

Allora che la festa annuale di San Lorenzo Maiorano, promotore autentico di formazione ecclesiale e costruttore di cittadinanza, sostenga la nostra Chiesa locale e la nostra amata Città di Manfredonia rendendole “case di pace”, dove ogni credente e cittadino possa ritrovare la propria identità e collaborare ad un futuro aperto al bene di tutti. Sì, se non ci stanchiamo di far uso della terapia continua della cura e se adottiamo la strategia della pace, allora, di sicuro celebriamo e difendiamo la Vita di tutti e di tutto!

Amen.

+ p. Franco Moscone

foto di L. Ciuffreda