A un anno dalla morte di Papa Francesco, il ricordo del nostro arcivescovo, padre Franco Moscone, restituisce il tratto umano e spirituale di un pontificato che ha segnato la Chiesa contemporanea. Nelle sue parole emergono gratitudine e anche un sorriso, attraverso un episodio personale che racconta la semplicità disarmante del Papa.
Per padre Franco Moscone, l’eredità spirituale più urgente lasciata da Papa Francesco si riassume in due parole decisive: misericordia e speranza. La misericordia, spiega l’arcivescovo, è stata il cuore di un cammino ecclesiale maturato nel tempo e reso concreto in scelte pastorali e comportamenti capaci di avvicinare la Chiesa alle ferite dell’uomo. La speranza, invece, rappresenta lo sguardo in avanti: non una fuga dalla realtà, ma la capacità di leggere nel presente i semi del futuro. Un futuro che si fonda su una delle tre virtù teologali, appunto la speranza. Una virtù che, ricorda ancora, “fa correre le altre due”, la fede e la carità, aprendo orizzonti nuovi per la comunità cristiana.
Nel suo ricordo personale, padre Franco racconta anche il primo incontro con il Papa, avvenuto pochi giorni dopo l’elezione, durante un pranzo a Casa Santa Marta. Il Pontefice entrò da solo nella sala da pranzo e i presenti gli andarono incontro. “Non so se ho osato o se sono stato scortese”, dice sorridendo l’arcivescovo, “provai a parlargli in piemontese… e lui mi rispose in piemontese”.
Un episodio semplice e ironico, che si completa con un altro gesto rimasto impresso: regalarono al Papa una torta, lui la divise a metà, trattenendone una parte per il suo tavolo e mandando l’altra ai confratelli presenti. Piccoli segni di familiarità che, forse più di tanti discorsi, raccontano lo stile di Papa Francesco: vicino, spontaneo, umano.
*Un passaggio condiviso dall’arcivescovo nel corso di una diretta su PadrePioTv
*Foto Vatican News
