MATTINATA — Cosa resta davvero quando ci si spoglia delle barriere, delle distanze geografiche e delle gabbie giuridiche? Resta il sorriso. Resta quella capacità, profondamente e unicamente umana, di condividere una bella risata, di scambiarsi uno sguardo complice capace di azzerare le differenze di etnia, lingua o classe sociale.
È questo il messaggio più luminoso emerso durante l’incontro pubblico organizzato in occasione della Festa dei Popoli, svoltosi sul sagrato della Parrocchia Maria Santissima della Luce, moderato da Anna Padoin, con l’introduzione del sindaco di Mattinata dott. Michele Bisceglia e conversazione con l’autore Lucio Cascavilla.
Una cornice non casuale, affacciata su quel Mare Nostrum che il nostro arcivescovo padre Franco Moscone ha voluto ridefinire non come un confine di morte, ma come il mare di tutti, uno spazio quotidiano di incontro, accoglienza e fraternità. La denuncia: la violenza invisibile dei CPR centro del dibattito, la presentazione della graphic novel “L’algoritmo della farfalla” (Morsi Editore), un’opera-indagine che squarcia il velo di silenzio sulla realtà drammatica dei CPR (Centri di Permanenza per il Rimpatrio). Attraverso le parole degli attivisti e degli operatori in prima linea, come Kady della Caritas di Borgo Mezzanone, l’incontro ha messo a nudo la “precarietà giuridica continua” in cui versano migliaia di persone. I CPR sono stati descritti come veri e propri buchi neri del diritto: luoghi di isolamento totale dove l’accesso è negato a avvocati, garanti e persino ai ministri di culto; spazi in cui l’assenza di percorsi riabilitativi viene colmata con una massiccia e sistematica somministrazione di psicofarmaci per contenere il dissenso. Una detenzione amministrativa prolungata fino a 18 mesi che, come sottolineato nel corso della serata, finisce per trasformare “i fratelli in malati mentali”, lasciando addosso cicatrici indelebili di violenza psicologica.
Durissimo anche l’intervento di padre Franco, che ha evidenziato la stortura di un sistema globale che preferisce investire risorse nelle spese militari e nelle barriere all’emigrazione anziché nell’accoglienza: “L’esperienza dei CPR è la cosa peggiore che abbiamo copiato dagli Stati Uniti, la fotocopia di una vecchiaia culturale. Purtroppo i soldi si trovano sempre quando c’è da comprare armi, ma si scelgono lo spreco e la disumanizzazione quando si tratta di accogliere i nostri fratelli”. Vittime di un sistema fragile.
L’incontro ha fatto luce anche sulle trappole burocratiche internazionali, come i paradossi del Decreto Flussi, dove migranti arrivati regolarmente in aereo con un visto lavorativo si ritrovano improvvisamente privati di documenti a causa della cancellazione di aziende fittizie, diventando vittime invisibili della tratta di esseri umani.
Storie interrotte che spesso sfociano nel dolore del rimpatrio forzato o assistito: un ritorno vissuto come un fallimento personale ed economico insostenibile di fronte alle famiglie d’origine. La forza del riscatto e l’arma del sarcasmo Eppure, contro il pensiero dominante che vuole narrare l’immigrazione solo come un “problema da respingere” ed esternalizzare, la Festa dei Popoli ha opposto la forza della cultura e delle relazioni autentiche. Lucio Cascavilla, sollecitato su cosa rimanga davvero dentro una relazione, ha regalato una delle riflessioni più intime della serata, nata dalla sua esperienza in Etiopia: “Ho scoperto che gli esseri umani sono uguali dappertutto. Gli etiopi hanno lo stesso nostro sarcasmo: riuscire a ridere insieme è una delle cose più significative, qualcosa che ci rende tutti umani e accomunati”.
La serata si è conclusa parallelamente ai tradizionali giochi del Mediterraneo, lasciando alla comunità un mandato chiaro. Per chi abita queste sponde, la “Festa dei Popoli” non può essere l’evento isolato di una sera: dev’essere la pratica quotidiana di un Paese capace di accogliere, di restituire dignità e, soprattutto, di tornare a ridere insieme.
Foto e testo di Elisabetta de Filippo







