C’era un suono che, a Manfredonia, molti imparavano a riconoscere ancora prima di scorgerne il volto. Era il motore della sua storica Fiat 500, inconfondibile come il suo proprietario. Lucida, elegante, custodita con amore e pazienza, quella piccola automobile era quasi il riflesso della sua anima: raccontava il rispetto per la storia, l’amore per ciò che dura nel tempo, la fedeltà alle proprie radici, la convinzione che la vera bellezza nasca dalla cura silenziosa e quotidiana delle cose.
Il professor Nicola Tricarico percorreva la strada della vita con lo stesso stile con cui guidava la sua amata Cinquecento: senza fretta, ma senza mai perdere tempo; con equilibrio, discrezione e serenità. Ogni viaggio diventava occasione di incontro, ogni tragitto un dialogo, ogni sosta un’opportunità per condividere un pensiero, un sorriso, un consiglio. Chiunque gli fosse accanto sentiva di ricevere qualcosa: una parola illuminante, un incoraggiamento, un esempio.
Era un uomo di profonda cultura, ma ancora di più era un uomo che aveva saputo trasformare la cultura in uno stile di vita. La filosofia, che aveva insegnato con passione per tanti anni, non era per lui soltanto una materia da spiegare, ma un modo di abitare il mondo. La stessa dedizione guidò il suo servizio alla Chiesa diocesana. Con competenza si dedicò alla gestione delle graduatorie degli insegnanti di religione, garantendo trasparenza e rispetto del merito. In un ambito delicato seppe essere punto di equilibrio, uomo di dialogo e di fiducia. Non cercava mai la soluzione più semplice, ma quella più giusta.
Il suo ufficio non era soltanto un luogo di lavoro. Era una casa aperta, dove le persone trovavano accoglienza, ascolto e umanità. Tra una pratica e una conversazione si parlava di scuola, di fede, di famiglia, di musica, di tradizioni, della vita stessa. E poco distante, la sua Fiat 500 sembrava attendere pazientemente il momento di riprendere il cammino, pronta a trasformarsi ancora una volta in un piccolo salotto itinerante, dove ogni viaggio diventava occasione di amicizia.
Amava profondamente la sua Manfredonia. Ne custodiva la memoria con la tenerezza di chi sa che un popolo vive finché non dimentica la propria storia. La sua città non era soltanto il luogo in cui era nato e cresciuto, ma una parte essenziale della sua identità, un patrimonio di affetti, ricordi e valori da preservare e tramandare.
Con la stessa naturalezza, amava punteggiare le conversazioni con frasi e proverbi in latino, che citava con precisione e garbo, trasformandoli in insegnamenti di vita e in occasioni di riflessione. Era il segno di una cultura vissuta con semplicità, mai ostentata, ma sempre messa al servizio del dialogo e della crescita di chi gli stava accanto.
Con lo stesso amore guardava al Carnevale di Manfredonia, che considerava non soltanto una festa, ma una straordinaria espressione di identità culturale e di speranza collettiva. Si dedicava alla sua organizzazione con la precisione che lo distingueva in ogni ambito della vita. Nulla era lasciato al caso: ogni particolare era preparato con meticolosità, perché sapeva che il rispetto per una tradizione passa anche attraverso la cura dei dettagli.
La sua fede era autentica perché silenziosa, concreta, vissuta senza ostentazione. Si riconosceva nella coerenza delle sue scelte, nella discrezione dei suoi gesti, nell’amore per una liturgia celebrata con dignità e raccoglimento. Amava il canto eseguito con cura, il suono solenne dell’organo che elevava il cuore verso Dio, la bellezza capace di diventare preghiera. La musica sacra, per lui, era una forma di preghiera, e la liturgia un’opera d’arte da vivere con rispetto e partecipazione.
Possedeva un’eleganza naturale che non dipendeva dall’abbigliamento, ma dall’animo. Era raffinato nei modi, misurato nelle parole, rispettoso verso chiunque incontrasse. La gentilezza era la sua cifra distintiva.
Eppure, al di sopra di ogni incarico, di ogni passione, di ogni riconoscimento, c’era la sua famiglia. Sua moglie Lina era il grande amore della sua vita, la compagna del suo cammino, il porto sicuro al quale ritornare sempre. Per lei e per i suoi cari avrebbe lasciato qualsiasi impegno, perché nessun dovere era più importante degli affetti. Nella sua casa trovava la serenità, la forza e il significato più autentico dell’esistenza. Chi li vedeva insieme riconosceva immediatamente un amore fatto di rispetto, complicità, tenerezza e dedizione reciproca. Nicola è stato un padre e un nonno esemplare: presente, amorevole e profondamente responsabile. Ha educato con l’esempio prima ancora che con le parole, trasmettendo ai figli e ai nipoti il valore dell’onestà, del sacrificio, della fede e della dignità. È stato un fratello rispettoso e affettuoso, sempre disponibile, capace di esserci con discrezione e generosità. Nella sua famiglia ciascuno sapeva di poter trovare un punto fermo, una guida sicura, un cuore aperto.
La sua vita è stata un ponte tra cultura e fede, tra tradizione e innovazione, tra il rigore e la bontà. Ha insegnato senza mai smettere di imparare, ha guidato senza cercare protagonismo, ha servito senza attendere riconoscimenti. Ha seminato bene e in silenzio, lasciando che fossero le opere a parlare per lui.
Oggi Manfredonia saluta non soltanto un professore, un educatore o un uomo delle istituzioni. Saluta un autentico gentiluomo. Un uomo buono, generoso, elegante nell’animo prima ancora che nello stile. Un maestro che ha formato generazioni con il sapere e con l’esempio. Un instancabile servitore della Chiesa e della comunità. Un custode della memoria, un amante della filosofia, della musica, della liturgia, della sua terra. Un marito innamorato, un padre e un nonno straordinario, un fratello premuroso, un amico sincero.
E viene spontaneo immaginarlo ancora in viaggio, al volante della sua inseparabile Fiat 500, mentre percorre una strada che non conosce tramonto. Con il motore della speranza acceso, il sorriso sereno di sempre e lo sguardo rivolto verso quella luce che ha cercato per tutta la vita attraverso lo studio, la fede e il servizio.
Perché ci sono uomini che attraversano il tempo lasciando soltanto un ricordo. E ce ne sono altri che con la loro rettitudine e il loro esempio, diventano parte dell’anima di una comunità.
Il professor Nicola Tricarico appartiene a questi ultimi. E finché Manfredonia saprà custodire la memoria dei suoi figli migliori, anche il suo viaggio non conoscerà mai davvero una fine.
Testo e foto di Antonio Paglione

