In vista della Festa Patronale di Maria SS. di Siponto, condividiamo una riflessione che il prof. Michele Illiceto ha voluto donarci.
Una lettura che ci accompagna in questi giorni di attesa e preparazione alla festa, riscoprendo in Maria una donna vicina alle nostre fatiche e capace di insegnarci ad affrontare le prove della vita.
Maria ci insegna ad affrontare le prove della vita
Domani comincia la novena a Maria SS. di Siponto. Ogni anno la città, per qualche giorno, si ferma per riflettere su quanto la madre di Gesù possa insegnarci. Spesso la vediamo come già perfetta, già tutta santa. Una donna, una sposa e una madre che, per portare a termine il suo compito. abbia avuto una vita facile. E invece non è così. Maria ha dovuto affrontare molte difficoltà e sfide. Questo aspetto la rende molto simile a noi, insegnandoci ad affrontare le prove della vita.
Infatti. non deve essere stato facile per questa giovane ragazza di Nazareth, promessa sposa di Giuseppe, diventare quella che poi è diventata. Avere una visione e non confonderla con una illusione. Avere Dio in casa e non tenerlo in tasca. Collaborare con la grazia divina e non sentirsi padrona dell’opera che grazie a lei sta per cominciare. Ricevere un saluto insolito da un angelo divino e non montarsi la testa, credendosi migliore delle altre. Maria non usa la religione per fare carriera o per scalare i gradini del potere.
Lei sa molto bene che Dio sta sempre dalla parte dei deboli: “Ha rovesciato i potenti dai troni e ha innalzato gli umili” dirà nel suo Magnificat.
No! Maria, scelta da Dio, non sale su di un piedistallo, ma scende ancora più di grado, si mette all’ultimo posto delle gerarchie umane. Comincia a capire che se Dio scende dal cielo, chi sono io per salire in cielo! Pr questo dice che Dio ha guardato più alla sua umiltà che al suo prestigio.
E all’angelo, che la chiama “piena di grazia”, lei si presenta con un titolo scomodo e difficile da realizzare, ma profetico e rivoluzionario: “Eccomi, sono la serva del Signore!” Per questo don Tonino Bello l’ha definita “Donna del servizio”. E servire è voce del verbo amare.
Potrebbe accontentarsi. Sentirsi arrivata. Sazia.
E, invece, diventa, anche “Donna del cammino” e “Donna del primo passo”. Vince le sue paure e si mette subito in viaggio per andare da sua cugina Elisabetta, per mettersi al suo servizio. Maria non ama la sedentarietà, non si mete al sicuro. E’ una lottatrice. Intrepida, da sola affronta un viaggio, con un grembo già rigonfio di vita. Si espone, si compromette. Si mette in gioco. Ha molti poteri da affrontare. La fede le dà coraggio e l’amore le dà speranza.
Viaggiare è un’esperienza di alterità e di prossimità. Lei, tenda di Dio, si fa tenda dell’uomo. Perché, quando Dio è in te, i piedi cominciano a mettere le ali e ti fanno volare. E non temi tanto le distanze fisiche quanto quelle scritte nelle menti e nei cuori degli uomini. Maria affronta anche le distanze culturali per superare i confini e abbattere i muri eretti dai potenti, per costruire ponti e legami nuovi.
Quei tre mesi dalla cugina, tra panni e servizi vari, le servono per crescere come donna, come sposa e come madre. È il suo noviziato. Il suo tirocinio. E dall’obbedienza impara anche la sofferenza che ti è chiesta quando vuoi cambiare il mondo. Quando sei solo tu a credere in ciò che nessuno più crede. Non sta lottando contro i mulini a vento, ma sta spargendo semi di speranza.
Maria non si mette sull’altare, né si mette una corona in testa. Definita da don Tonino anche “Donna feriale”, sperimenta la fatica della vita quotidiana, per dire che il Dio che le sta crescendo dentro è un Dio esperto di umanità, che viene a mettere la sua tenda tra le povertà e le fragilità di ogni giorno. Dio non abita il tempio, ma le strade. Dio non abita nelle chiese ma i villaggi, i quartieri, le periferie.
Maria ci insegna che se ami Dio, sposi la quotidianità, che non è banalità o ferrea ovvietà, non è sterile ripetizione o vuota abitudinarietà, ma tempo inedito in cui celebrare la vita in tutta la sua bellezza e dignità. Stupisci del giorno mentre costruisci l’eterno. Vivi le cose piccole per costruire qualcosa di grande.
Quando torna al suo villaggio, deve affrontare un’altra difficoltà: deve parlare a Giuseppe di quello che le sta accadendo. Maria è una “Donna innamorata”, e quell’uomo buono e giusto non lo vuole perdere. Dio le ha aperto il cuore e gli ha rivelato un amore che va oltre il tempo. Maria ha imparato che amare non è possedere, ma donare e liberare.
Ma per farlo deve affrontare non solo le dicerie del suo villaggio, ma ancor più l’incomprensione dell’uomo che sente di amare. Tutti ormai si chiedono il perché di quel pancione. E dubita che il suo segreto venga frainteso. Anche da Giuseppe. Ha paura di perderlo ma gli concede tempo. Lo ama anche nel tempo della incomprensione.
Maria ha paura, ma non si arrende. Il miracolo che si porta dentro la incoraggia e la sorregge. Maria, “Donna del silenzio”, accetta di non essere capita. Il suo segreto è più grande dei giudizi del suo vicinato. Si guarda, e vede Dio che le cresce dentro, ma nessuno lo sa. Deve essere stato difficile avere dentro qualcosa di tanto grande e non poterlo dire a nessuno. E così, Maria, nel silenzio e da sola, impara a soffrire. Ci riesce perché, anche se lasciata sola, sa che non è sola.
Dà a Giuseppe il tempo di capire. Mostra un amore paziente, che sa aspettare che il suo promesso sposo apra anch’egli gli occhi e il cuore. Rischia la lapidazione, ma ha fiducia. Maria, “Donna coraggiosa”, non crede perché Dio le fa sconti, ma perché continuamente la sorprende. Quanta solitudine deve aver sperimentato questa giovane ragazza, sola contro tutti! È una cosa che puoi fare solo se in te hai quell’Assoluto che per te è davvero Tutto. Solo se Dio smette di essere solo una pura idea e comincia ad un mistero che su di te stende la sua ombra.
Quando poi anche Giuseppe finalmente viene a conoscenza del disegno divino, anziché rimproverarlo, lei perdona la sua lentezza. Non giudica, ma aspetta. Non critica né rimprovera, ma accoglie e ricomincia.
E, insieme, tra mille peripezie arrivano a Betlemme, dove, per partorire, per loro non vi era posto. Maria ha provato l’esclusione e la marginalizzazione. Lo scarto. E sicuramene si sarà chiesta che razza di Dio sarà mai questo Signore che accetta di essere messo al margine da colui – l’uomo – che ha creato.
Finalmente partorisce questo bimbo non nelle stanze del potere, ma in una stalla, simbolo non più della logica dell’onnipotenza, ma della deponenza. E così colei che ha generato il Figlio nella fede ora lo genera nella carne. Ora si trova davanti a un Dio che per amore dell’umanità si è spogliato della sua divinità.
Lo porta al tempio dove, dal vecchio Simeone e dalla profetessa Anna, riceve una profezia difficile da accettare: quel bambino verrà crocifisso e anche a lei una spada trafiggerà l’anima. Nascere per morire è naturale, ma morire per amore è da folli! E’ la follia della croce!
Ma ecco che non fa in tempo a gioire per la nascita di suo figlio, che subito deve scappare in Egitto per sfuggire a Erode. Maria, “Donna di frontiera”, conosce l’amarezza dell’esilio, come tanti profughi di allora e di sempre, fuggendo su un asinello, metafora delle tante, troppe, barche di oggi.
Incrocia gli occhi del tiranno Erode. La prepotenza e la mitezza, come sempre nella storia, si confrontano e si scontrano. C’è chi, come Erode, la vita, anche se appena nata, la uccide, e chi invece, come Maria, la vita la genera e la custodisce. La difende.
Tornata a Nazareth, il bambino cresce in età e grazia. Lei lo guarda e sa che non è suo. Se ne accorge quando lo perde nel tempio a Gerusalemme. Lo cerca. Lo trova. Lo dona. Lo consegna a se stesso e alla sua missione.
Maria, come ogni madre, ama quel figlio, ma non gli si attacca. Non fa progetti su di Lui perché il progetto è Lui. Da maestra diventa discepola, perché quel giovane, ora, è cresciuto e lascia la casa per vivere per strada.
Lo sente dire cose strane, come il fatto che bisogna amare i nemici, o vendere tutto per avere un tesoro in cielo. Lo vede frequentare prostitute e peccatori, ladri e lebbrosi, falliti e perdenti. Ma, soprattutto, comincia a temere per Lui quando, diventato rabbì, si mette contro il potere religioso e politico. Lo sente parlare di pace e di giustizia, e inizia a capire che quel sogno, cominciato anni addietro, finalmente ora sta per realizzarsi. E forse presto avrà un epilogo tragico.
Maria comincia farsi da parte. Comprende che quel Figlio, che ora tutti chiamano “Maestro”, non è più solo suo, ma è di tutti. Maria lo lascia andare. Sa che deve perderlo per riaverlo.
Lei più o meno già sa che fine dovrà fare, e sa che anche a lei una spada dovrà trafiggerle l’anima. E quando quel giorno arriva, per lei è tremendo: vede il proprio figlio tradito, abbandonato, processato e crocifisso. E Maria si chiede: “Dov’è Dio? Dov’è quel Dio che un giorno me lo ha dato?”
Ai piedi della croce, potrebbe disperarsi. Ma Maria, “Donna del dolore”, si fida e si affida. Ancora una vola si fida, sfidando la notte e l’oscurità, i dubbi e le perplessità. Quel figlio che muore è il seme di una nuova umanità.
La rivoluzione è compiuta. Il male ha perso perché, come dice la filosofa H. Arendt, non ha profondità. Solo il bene è profondo, e quindi radicale. Il male può essere solo banale.
E proprio dalla croce sente le parole più belle che potesse sentire: “Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno”. E poi, per l’ultima volta, incrociando gli occhi di suo figlio morente, da Lui si sente dire: “Donna ecco tuo figlio. Figlio, ecco tua madre”.
Da allora, Maria non è solo madre del Figlio di Dio, ma anche madre nostra. Madre di ogni uomo. Madre di ogni crocifisso.
Tutti sono scappati, lei invece è rimasta perché ha creduto che il chicco di grano, se vuole diventare spiga, deve affrontare l’inverno del dolore e il vuoto della solitudine e dell’abbandono. E se gli altri, delusi, hanno smesso di aspettare che qualche cosa uscisse da quel crocifisso debellato e sconfitto, e col volto triste sono tornati alla vita di prima, lei, al contrario, ha continuato a credere e a vegliare. Con la sua attesa, ha forzato l’aurora a nascere, e ha intessuto la speranza in un mondo nuovo, quella inaugurata dal Risorto.
Maria, con tutte le sue prove, non ha avuto una vita facile. Avrebbe voluto avere una vita normale come tante altre donne, e invece, ha incrociato Dio che le ha chiesto molto di più. Che cosa può dunque insegnare Maria a agli uomini e donne del nostro tempo postmoderno?
Penso che Maria ci insegni le tre cose più importanti: la fede, la speranza e la carità. Come dice don Tonino Bello, Maria ci insegna che “Chi spera, cammina, non fugge. Si incarna nella storia, non si aliena. Costruisce il futuro, non lo attende con pigrizia. Ha la grinta del lottatore, non la rassegnazione di chi disarma. Ha la passione del veggente, non l’aria avvilita di chi si lascia andare. Cambia la storia. Non la subisce. Ricerca la solidarietà con gli altri viandanti. Non la gloria del navigatore solitario” (A. Bello, Scritti, Vol. I, p. 232).
Michele Illiceto
