Nell’omelia per la commemorazione dei fedeli defunti del 2 novembre 2026, nella Cattedrale di Manfredonia, l’arcivescovo padre Franco Moscone richiama il legame di preghiera e comunione con i nostri cari defunti e invita a riconoscere il volto di Cristo in chi soffre, impegnandosi per la giustizia e la pace.
Omelia dell’arcivescovo Moscone per la commemorazione dei fedeli defunti – 2° novembre 2026
La parola di Dio ci invita a sollevare lo sguardo, ad aprire il cuore e a compiere questo profondo atto di fede nella vita eterna e nella comunione dei Santi, che abbiamo celebrato proprio ieri (non per nulla la Chiesa ha voluto mettere insieme le due ricorrenze: la solennità di tutti i Santi e la commemorazione dei fedeli defunti).
Allora sentiamo già vera anche per noi questa affermazione dell’autore del Libro della Sapienza. Sentiamoci già, fin d’ora, dentro la grazia e la misericordia di Dio e parte del gruppo, della folla immensa – come abbiamo ascoltato ieri – dei suoi eletti. E poi abbiamo ascoltato il testo del Libro dell’Apocalisse: è la parte finale (mancano pochi versetti) ed è una grande visione della Gerusalemme nuova, della nuova umanità, della nuova storia, che scende dal cielo, da Dio, e scende su questa terra per renderla veramente conforme al pensiero di Dio.
Nella sua ultima enciclica, la Magnifica Humanitas, papa Leone ha utilizzato anche l’immagine della Gerusalemme celeste del Libro dell’Apocalisse per invitarci a essere nella storia e nelle condizioni di oggi, aperti a Dio, aperti alla Sua misericordia, aperti alla Sua grazia e ai Suoi doni. Non siamo in grado di costruire da soli la città terrena; abbiamo bisogno dell’incontro con Lui perché questa nostra città sia una città veramente a misura della magnifica umanità che Dio ha creato e che redime e che vuole portare tutta a sé, senza perdere nessuno, nessuna persona.
Ecco, insieme quindi all’atto di fede nel nostro essere dentro la grazia e la misericordia di Dio, c’è anche questo impegno ad entrare in relazione attiva con Dio, a sentirci suoi collaboratori con Lui per la costruzione di una umanità nuova, di una città nuova che per grazia di Dio ci raggiunge, scende, vuole trovare base su questa terra e nella nostra storia. E poi abbiamo riascoltato il testo delle beatitudini (lo abbiamo letto e ascoltato ieri e avevo cercato nell’omelia di commentare solamente questo testo). L’ho voluto riprendere anche perché il Papa, nella messa che ha celebrato al cimitero del Verano a Roma, ha utilizzato la terza formula e quindi ha utilizzato il testo delle beatitudini, con una osservazione: che le beatitudini sono la fotografia di Gesù. È bello vederle così, queste otto immagini, questi otto gruppi di “beati”: in ognuno risplende un aspetto del volto del Signore crocifisso e risorto. Se vogliamo contemplare il volto del Signore, non dobbiamo solo rifarci al santuario del Sacro Volto, a Manoppello o alla sindone, ma essenzialmente alle beatitudini. Il Suo volto sta sui volti dei poveri, delle persone in pianto e in sofferenza; di coloro che rispondono agli avvenimenti, anche a quelli dolorosi e violenti, non con la vendetta ma con la mitezza; di coloro che sentono forte l’impegno a operare per la giustizia, lo sentono come sentono il bisogno naturale e biologico della sete e della fame; di coloro che alle offese rispondono col perdono e con la misericordia; di coloro che hanno la capacità o si sforzano di vedere il mondo e gli avvenimenti con gli occhi stessi del Vangelo, con il filtro della Sacra Scrittura; di coloro che si impegnano fino alla fine, e senza cedere di un passo, per la pace, per la pace quaggiù; di coloro che vivono situazioni di persecuzione, di insulto a motivo del Vangelo e della giustizia. Su tutte queste persone, su tutti questi volti risplende il volto stesso di Cristo, si presenta l’immagine stessa del Salvatore.
E poi il Papa ha voluto commentare, in modo particolare, la seconda beatitudine: beati quelli che sono nel pianto, perché saranno consolati. E ha applicato questo pianto soprattutto alle persone che da poco hanno vissuto l’esperienza del distacco, della morte dei loro familiari e amici; in particolare alle madri, ai figli, alle persone che hanno perso i loro cari a motivo della violenza e dell’insensata guerra, dell’irrazionalità che guida e, purtroppo, continua a guidare la storia della nostra umanità che non risplende di magnificenza attraverso le armi. E ha pregato perché queste lacrime, il pianto di queste persone, di queste madri che hanno perso i figli, di queste spose che hanno perso i mariti, dei bambini che hanno perso i loro cari, i loro genitori a motivo della violenza e della guerra, queste lacrime, questo pianto, questo grido arrivino al cuore e alla mente di chi è in grado di prendere decisioni e di prendere l’unica decisione valida, vera e necessaria in questo momento: la decisione di deporre le armi e di riprendere il dialogo. Può sembrare difficile, ma non è impossibile. Non c’è altra strada per essere chiamati figli di Dio e per ereditare la terra, una terra sana e vera – come dicono le beatitudini – non è possibile: è la strada che consiste nell’abbattere ogni forma di violenza.
E allora la commemorazione di tutti i fedeli defunti di quest’oggi ci apra ad un amore e ad una carità tra la nostra Chiesa di quaggiù, che pellegrina ancora sulla terra, con tutte le difficoltà di questo preciso momento storico, e la Chiesa celeste di chi ci ha preceduto. E la preghiera reciproca, tra noi e loro e loro e noi, esprima la vera carità di Dio, del cuore di Dio e costruisca, in questo modo, una comunione che partendo dall’alto, dalla Gerusalemme nuova, dalla Gerusalemme del cielo, arrivi fino a noi perché le nostre città, i nostri ambienti, i nostri luoghi abbiano sempre di più il coraggio e l’immagine della città che viene da Dio, della città della giustizia, dell’amore e della pace.
Ci siano di sostegno i nostri cari defunti. Sentiamoli nel nostro cuore e vicino a noi, sentiamoli in comunione di orazione e impegniamoci a riconoscere il volto del Signore sui volti di chi ha bisogno e rispondiamo, con il nostro impegno, un impegno ad essere affamati e assetati di giustizia; e – come ho detto ieri commentando la settima beatitudine – poeti di pace, incominciando dalle nostre famiglie.
Amen.





Foto: L. Ciuffreda
