La piccolezza evangelica e il servizio sacerdotale al centro dell’omelia del cardinale Marcello Semeraro, nella memoria del Servo di Dio don Antonio Spalatro.


OMELIA CARD. SEMERARO
Vieste, 1.10.2026
Oggi è la memoria di Santa Teresina (Santa Teresa di Lisieux) e anche il ricordo comunitario del Servo di Dio Antonio Spalatro. (…) nell’incontro dopo la Messa avrò l’occasione di sottolineare l’importanza di quanto voi state facendo. Però è davvero significativo ricordare questa bella figura di sacerdote.
Sono stato – lo dirò ancora – domenica scorsa a Bologna per ricordare tre sacerdoti martiri. E oggi ha un’importanza tutta particolare: mettere in risalto le figure di sacerdoti.
Dicevo della coincidenza tra Santa Teresina e il vostro Servo di Dio. Sono due esistenze molto lontane, molto diverse tra loro. Però qualche coincidenza c’è. Una è il fatto che sono morti giovani: Teresa di Lisieux a ventiquattro anni. Certo, don Antonio ne aveva qualcuno in più, però era prete da cinque anni. Il mondo direbbe “una vita troppo breve”, ma Dio ci insegna che una vita può essere brevissima, ma può essere anche pienamente compiuta. La santità non si misura con il numero degli anni ma con la qualità, con la qualità soprattutto, dell’amore con cui è stata vissuta questa vita.
Canonizzando Carlo Acutis e Pier Giorgio Frassati, il Papa disse che la vera questione è orientare la vita verso l’alto in modo da farne un capolavoro. Orientare la vita verso l’alto, l’orientamento della vita. Santa Teresa questo orientamento verso l’alto lo ha chiamato la “piccola via”. Cito ancora papa Leone che è stato a Parigi e per due volte, incontrando i giovani in Francia, ha parlato di santa Teresa, di questa piccola via e l’ha chiamata come “fondamento solido di una pace duratura”. E ha sottolineato anche che questa via ci insegna come la fiducia apra la strada della grazia. Allora cos’è questa piccola via? Non è una via breve, una via facile, non è una vita ridotta, ma è la via del bambino che si fida del padre; il bambino che non vuole essere grande, vuole diventare grande, ma sa di essere piccolo. Ed è per questo che tende la mano alla mamma, al papà e si lascia guidare.
Ora tutto questo possiamo dire di trovarlo anche nella vita di don Antonio. Noi abbiamo ascoltato nel Vangelo: “se non diventerete come bambini non entrerete nel regno dei cieli”. San Leone Magno, commentando questo passaggio, diceva così: “Cristo ama l’infanzia, perché l’infanzia è maestra di umiltà, è regola di innocenza, è modello di mansuetudine”. Continuava: “Cristo ama l’infanzia, perché questa infanzia deve orientare i costumi, i comportamenti degli adulti. Questa infanzia deve ricondurre l’età degli anziani, e tutti quelli che vengono chiamati al Regno devono modellare la propria vita su questa infanzia, l’infanzia di Gesù”. Quando, allora, Gesù parla di diventare bambini, non rimanda a un’età della vita. Una volta a un sapiente di Israele disse che bisognava nascere di nuovo e quello rispose: “ma come faccio a ritornare nel grembo di mia madre?” Gesù non rimanda a un’età della vita, non ci chiede di essere inesperti, ingenui, ignoranti. Ci invita a riconoscerci come creature che hanno bisogno di Dio, che hanno bisogno di Dio. Oggi viviamo in una società in cui sentiamo il bisogno di tante cose (pensiamo ai giovani, che non sanno stare senza il cellulare).
Ecco, viviamo in un mondo che sente la necessità di tante cose, ma non di Dio. Gesù ci chiede di rinunciare alle pretese di essere autosufficienti, alle dinamiche di potere. Quante minacce nelle relazioni internazionali! Sentiamo ripetere: “io posso fare questo, io posso distruggere quel popolo”, eccetera.
In definitiva, quando Gesù chiede a noi di diventare bambini, ci chiede di rovesciare i criteri del mondo. Sicché, veramente, maturo non è chi ritiene di non avere bisogno di nessuno; maturo è colui che, crescendo, non perde la capacità di ricevere, di fidarsi, di dire grazie, di essere mite. E per il cristiano, per noi, questa disposizione trova la sua forma piena in Gesù.
Questo intende il Signore. Crescere significa diventare grandi, adulti, senza smettere di essere bambini, ma davanti a Dio. Ecco, la prospettiva è molto profonda, perché l’infanzia non è qualcosa che, andando avanti nell’età della vita, ci lasciamo alle spalle. L’infanzia è una disposizione del cuore che noi dobbiamo custodire per tutta la vita.
Ecco, per questo, ho gradito leggere nella preghiera composta per la glorificazione del Servo di Dio, leggere che era come un bambino del Regno. E così è stato da sacerdote: nella semplicità, nella povertà, nella docilità del servo fedele. Non cercò mai di essere importante, desiderò solo essere di Gesù. E tra i suoi scritti ci sono parole che sembrano un’eco della Santa di Lisieux. Il 31 marzo del ’47 (era negli ultimi anni della formazione, prima di diventare sacerdote) scrive, come Santa Teresina: “fate che io effettui gli impegni presi in tutta la loro perfezione, e che nessuno si curi di me, che io sia dimenticato, che sia calpestato come un granellino di sabbia”. Ecco, queste parole valgono anche per noi, carissimi. Perché viviamo, – lo ricordavo prima – in un tempo in cui si esalta quello che fa rumore, si fa di tutto per essere sulla scena.
Ecco allora che don Antonio, avendo come modello Santa Teresa, ci ricorda che Dio costruisce il suo Regno nel silenzio, come un seme gettato in terra. Ed è così che la santità nasce e cresce. Gesù una volta usò questa immagine: il più piccolo di tutti i semi che, gettato in terra, cresce e diventa un grande albero e tra i suoi rami trovano rifugio gli uccelli.
Se questo è un messaggio che giunge a tutti noi dal Servo di Dio, penso però – cari fratelli sacerdoti – che una parola speciale giunga a noi. Lo dicevo prima, domenica scorsa a Bologna c’è ho presieduto la beatificazione di tre sacerdoti che tra la fine di settembre e i primi di ottobre del 1944 hanno subito il martirio dai nazifascisti. Sono ricordati come i martiri di Monte Sole. Noi ricordiamo facilmente quell’evento come la strage di Marzabotto. Che cosa hanno fatto? Perché si è riconosciuto il martirio. Non è stato facile. Per molti anni la loro causa di beatificazione è andata avanti lentamente. Perché? Perché la loro vicenda era legata a quella di tanti partigiani che in quell’epoca sono stati uccisi, proprio in quel medesimo contesto. Centinaia di fedeli sono morti insieme con loro. E perché questi sono martiri? Perché, pur potendo fuggire, non sono andati via, hanno scelto di rimanere nella loro parrocchia.
Eccellenza, le confido una cosa che non ho detto a Bologna: a uno di questi tre (due erano religiosi – uno era dehoniano e l’altro salesiano – mentre un altro era del clero di Bologna), l’arcivescovo aveva detto di andare via. Ha disubbidito. E io, davanti a questa disubbidienza, mi pongo un’antica domanda che viene sempre da quel contesto: ubbidire è sempre una virtù? Ubbidire è sempre una virtù? È stato ucciso perché non ha voluto fuggire. E tra le reliquie di questi tre martiri che sono state portate, quella che lo riguardava è una pisside forata dai proiettili. Ed è morto fucilato ai piedi dell’altare. E ho detto nell’omelia: a quell’epoca quando è morto, la messa cominciava così, con il prete ai piedi dell’altare che diceva “ad Deum qui lætíficat iuventútem meam” (a Dio che rallegra la mia giovinezza, che dà pienezza alla mia giovinezza). Penso che la stessa cosa possa dirsi del vostro Servo di Dio.
Quando era in ospedale, per la grave malattia che l’avrebbe condotto alla morte, così scrisse in una lettera: “Desidero tanto tornare in mezzo ai miei parrocchiani. Nei momenti di solitudine, tanto a lunghi a passare, penso sempre alla mia parrocchia. Era la malattia che poi l’avrebbe condotto alla morte. Per cui, Eccellenza, ho molto apprezzato e – voglio ripetere le parole che Lei ha scritto: sente di essere passato, proprio perché prete, di essere passato da persona privata a persona universale. Lei continua a scrivere, Eccellenza: don Antonio sembra affermare che diventare prete ha significato perdere ogni diritto sul di sé per concederlo agli altri.
Ecco, questa celebrazione, miei cari, ci lascia due consegne. Una riguarda tutti: non avere paura della piccolezza, perché Dio non ci misura con il successo, Dio ci misura con l’amore con cui avremo vissuto anche le cose piccole. E a noi, sacerdoti, don Antonio ricorda che essere prete significa appartenere ad un popolo, ci dice che essere prete è anche impersonificare quel piccolo seme – di cui dicevo – che gettato in terra, nessuno vede, ma che, quando cresce, diventa un arbusto dove tutti possono trovare ristoro.
Amen.

- A margine della celebrazione, il cardinale Semeraro ha annunciato che il lavoro della fase romana della causa di beatificazione di don Antonio Spalatro è quasi completo e dovrebbe concludersi entro il primo semestre del 2027. Nei primi mesi dell’anno presenterà al Papa il parere del Dicastero sull’esercizio delle virtù: se accolto, porterà al decreto di venerabilità. Il cardinale ha precisato che il riconoscimento delle virtù non autorizza il culto liturgico pubblico e che, per procedere alla beatificazione, sarà necessario il riconoscimento di un miracolo. Ha quindi invitato a continuare a far conoscere la figura di don Antonio, affinché il cammino prosegua anche dopo il decreto.





Foto: L. Ciuffreda
