«Siamo un popolo di profeti»: l’omelia dell’arcivescovo Moscone per la festa di San Giovanni Battista

In occasione della solennità della Natività di San Giovanni Battista, patrono di San Giovanni Rotondo, l’arcivescovo padre Franco Moscone ha presieduto la Celebrazione Eucaristica nella Chiesa dedicata. Nell’omelia ha richiamato la vocazione profetica di ogni battezzato, invitando la comunità a riscoprirsi «popolo autentico di profeti del Vangelo» nella storia e nel tempo presente.

Omelia  (24.6.2026)

Il testo del profeta Isaia presenta la sua vocazione e la vede nella storia e nel pensiero stesso di Dio, da sempre, fin da quando è stato concepito nel seno di sua madre e sente che questo sguardo di Dio su di lui è ciò che lo ha reso forte e capace e lo sostiene per essere il servo del Signore e il profeta che porta la luce a tutte le nazioni. La sua forza di profeta non gli viene da particolari doti, impegni o studi o professioni svolte. No: gli viene innanzitutto da uno sguardo e dallo sguardo d’amore di Dio che si è posato su di lui e si è posato su di lui perché diventi servo del Signore e servo del popolo del Signore. E in questa funzione, ecco, ci possiamo riscoprire e risentire un po’ tutti: il Signore ha volto su ognuno di noi il suo sguardo da sempre, ci ha amato da sempre e nel battesimo ci ha reso suoi figli e suoi servitori in grado di poter interpretare e realizzare la parola del Vangelo, rendendola luce e profezia nella storia e nei vari ambienti dove siamo chiamati a vivere, a lavorare, a svolgere le nostre più diverse attività.

Il brano del Vangelo invece ci presenta la nascita di Giovanni, in modo particolare la scelta e l’indicazione del nome; ma prima del dialogo tra Elisabetta, Zaccaria e la gente che era con loro sulla scelta del nome c’è un’osservazione – a mio giudizio molto importante – ed è l’osservazione che l’Evangelista fa dicendo: “ai vicini e ai parenti”. In qualche modo, tutte le relazioni della famiglia di Elisabetta e Zaccaria, ecco, udirono ciò che il Signore aveva manifestato in lei e videro la grande misericordia di Dio. Sembra che i primi profeti (stando a questo testo dell’evangelista Luca) non siano Giovanni il Battista, ma siano la gente del posto, i vicini di casa di Elisabetta e Zaccaria, la parentela, che riuscirono a riconoscere la grande misericordia del Signore. E poi aggiunge – sempre l’Evangelista – un altro verbo, un verbo significativo “si rallegrarono con lei”: è il verbo con cui l’arcangelo Gabriele saluta Maria all’annunciazione: “rallegrati, piena di grazia”.

C’è in qualche modo il richiamo netto all’inizio, quindi, di tutta la redenzione, della salvezza, ma questa volta messo non sulla bocca o nel pensiero dell’Arcangelo verso Maria, ma della gente, del popolo, dei vicini e dei parenti di Elisabetta e Zaccaria. La funzione profetica del popolo e della gente rimane ed è fondamentale sempre. Come battezzati, come discepoli del Signore, nonostante tutti i nostri limiti e le nostre fatiche, anche incomprensioni e infedeltà, ecco, siamo stati segnati dalla misericordia grande del Signore. E il Signore ha posto il suo sguardo rallegrandosi di ognuno di noi e del suo popolo.

Ecco, riconoscere che siamo un popolo, non solo di discepoli, ma anche di profeti. E discepolo e profeta del Signore coincidono, nella misura in cui seguiamo davvero il Signore, accogliamo il suo Vangelo e la sua Parola, la facciamo nostra, diventiamo profeti in mezzo alla gente, diventiamo profeti delle nazioni – come ha detto prima Isaia – diventiamo espressione della possibilità e del futuro del Vangelo, sempre.

Ecco, San Giovanni Battista, patrono della nostra Città e di tantissime altre città che portano il nome di Giovanni (credo che in tutte le regioni d’Italia ce ne siano, alcune più o meno famose, altre meno), ci aiuti a scoprire questa nostra identità, l’identità di profeti, ossia capaci di fare nostro il Vangelo, di interpretarne i valori e le sfide nella società di oggi, nel territorio in cui siamo posti e viviamo.

Tutti, tutti e insieme dobbiamo essere un popolo autentico di profeti del Vangelo e la città di San Giovanni Rotondo lo è in modo particolare, per la sua storia antica e poi per la sua storia più recente, legata alla figura di san Padre Pio da Pietrelcina, che ha rinnovato il volto, la storia e le prospettive della nostra città e lo ha fatto diventando e dimostrando che la profezia è possibile, è reale, non è una semplice opzione, ma è la realtà del Vangelo, del Vangelo vissuto. A noi, a distanza di quasi 60 anni dalla sua dipartita, spetta questa eredità di portare avanti la profezia di cui lui è stato autentico interprete e speriamo di portarla avanti come città, come Chiesa locale, come popolo radunato.

È un impegno grande, ma è un impegno possibile. Ci è di aiuto Padre Pio, ci è di aiuto San Giovanni che da sempre ha avuto uno sguardo su questo territorio, su questa Città e su questo popolo e ci è anche di aiuto san Francesco, di cui celebriamo gli otto secoli della sua salita al cielo e di cui abbiamo, qui presente in chiesa, un suo mantello.

Ecco, fa caldo, ma potremmo dire che il mantello di Francesco, se ci copre, diventa veramente un mantello di profezia e di amore per l’umanità intera e per la nostra capacità a rispondere e a dire il nostro , sentendoci oggi – all’inizio del terzo millennio – i servi, i discepoli, i profeti del Signore che partendo da qui, portano il Vangelo, il Vangelo dell’amore, fino agli estremi confini della Terra.

 

Foto: Leonardo Ciuffreda