Tutti i Santi: vedere con gli occhi di Dio, essere poeti di pace

Nell’omelia per la solennità di Tutti i Santi, l’arcivescovo padre Franco Moscone invita a rileggere le Beatitudini come uno sguardo nuovo sull’umanità: riconoscere Dio nei più fragili e fare della propria vita un’opera di pace.

Omelia dell’arcivescovo Moscone per la solennità di Tutti i Santi – 1° novembre 2026

La liturgia della parola della solennità di Tutti i Santi è ricchissima e dico di avere difficoltà nella scelta del testo da commentare e da trasformare in omelia; mi fermo quindi sul testo del Vangelo questa volta, l’inizio del discorso chiamato della montagna. È un testo unico nella letteratura mondiale e credo sia la lente, la chiave di lettura dell’intera Sacra Scrittura, ovviamente in modo particolare del Nuovo Testamento.

La scena viene normalmente paragonata a quella di Mosè che lascia il popolo in pianura e sale sul Sinai, dove riceverà i Comandamenti, la Legge, le Dieci Parole di Dio e da dove scenderà per ben due volte per consegnare la Legge al popolo eletto. Ma l’immagine e il paragone non sono perfetti, per tanti motivi. Innanzitutto perché il popolo (che qui Matteo chiama le folle, ὄχλος), non è assente nel momento della rivelazione, anzi è il punto di riferimento. Gesù proprio vedendo le folle, mettendo i Suoi occhi negli occhi dell’umanità, sale sul monte, si siede in posizione di maestro e viene circondato dai discepoli; e solo allora inizia a insegnare. E le beatitudini non sono leggi come i comandamenti, sono piuttosto una profezia o, meglio, lo sguardo di Cristo, lo sguardo di Gesù, lo sguardo di Dio sull’umanità e sull’intera creazione. Gesù non consegna ai suoi discepoli – come Mosè – una legge: consegna una visione, consegna uno sguardo, consegna una notizia buona, vangelo (vangelo vuol dire buona notizia). E la sintetizza all’inizio del suo primo grande discorso nelle beatitudini: otto più una; l’ultima, la nona, che le raccoglie tutte insieme e le applica in modo particolare ai discepoli, a quelli che erano saliti e stavano attorno a Lui ad ascoltarlo.

Beati, viene ripetuto con insistenza, µακάριοι! Beati non significa – secondo la traduzione – semplicemente la felicità, l’allegria, la gioia, che pure c’è perché il discorso termina con un’insistenza imperativa sulla gioia: rallegratevi ed esultate! Ma la felicità, la beatitudine, dice anche un atteggiamento, l’atteggiamento di coloro che non si danno per vinti, non si danno per vinti di fronte alle difficoltà, alle povertà, alle miserie, al male che serpeggia nel mondo; non si danno per vinti, ma si alzano, stanno in piedi e avanzano. Le beatitudini, questo μακάριοι, dicono la gioia di chi è in azione con Dio per cambiare le cose e per rendere il mondo e la storia esattamente secondo il pensiero, il sogno di Colui che li ha avviati, del Creatore, del Padre. E queste beatitudini poi esaltano esattamente ciò che il mondo, la logica umana, il pensiero dominante, l’opinione pubblica, il mainstream, che ancora serpeggia e continua a imporsi, non avrebbe mai detto e non direbbe mai.

Mi pare che sia stato don Mimmo Battaglia a dire, in questi giorni, che, se oggi qualcuno predicasse le beatitudini e queste non fossero conosciute, rischierebbe di trovare qualche giudice che lo incarcera, perché questa parola del Signore, questa buona notizia, mette il mondo alla rovescia, capovolge il pensiero e i diritti. Nelle beatitudini, poi, la seconda parte presenta l’elenco dei beati, che sono esattamente l’opposto di coloro che sono considerati tali secondo la logica mondana del mondo.

Il verbo che motiva la beatitudine è sempre al passivo. Non sto a spiegarle una per una, ma quando la Sacra Scrittura mette un verbo al passivo, significa che chi agisce è Dio. Quindi le beatitudini sono tali non per i nostri meriti o per la nostra situazione, per le nostre scelte, ma perché in quella situazione, in quelle scelte, Dio scende, scende dal monte e agisce, cambia, modifica la storia, portandola a beatitudine, a verità, a volontà, a giustizia.

Voglio lasciarvi questa sera due delle beatitudini, invitandovi a rileggere con calma le beatitudini secondo Matteo, se avete una Bibbia – e spero di sì -, o a cercarne il testo in internet. E se qualcuno ha studiato greco, magari nell’originale.

Le due beatitudini che vorrei sottolineare sono queste: beati i puri di cuore perché vedranno Dio. La conosciamo così nella traduzione, ed è giusto che sia così; ma vi ho appena detto che il verbo in originale è al passivo. E – ecco come potrebbe essere reso – visto che è Dio ad agire, non siamo noi che vediamo Dio, ma siamo visti da Dio, non perché Dio sia un controllore, ma perché Dio è un Padre che ama e ci vuole come i Suoi figli. E allora i puri di cuore, quelli che hanno uno sguardo che parte dal cuore, che parte dall’amore, che hanno una logica di interpretazione che inizia dal dono e non dal profitto, sono nelle condizioni di avere sulla realtà, sulle relazioni, sul mondo, sulla storia, il medesimo sguardo di Dio: sanno guardare, sanno osservare come guarda e osserva Dio; e allora saremo in grado di vedere anche Dio. Lo vedremo e lo vedremo nei poveri e negli abbandonati di questa storia, negli scartati, negli ultimi, negli emigrati, nei malati. Lo riconosceremo lì presente. Ma perché? Perché abbiamo fatto nostro lo sguardo di Dio. Questi sono i puri di cuore, coloro che vedono e ragionano secondo il Vangelo, secondo il Signore. Visti da Dio e capaci di vedere Dio nella carne dei bisognosi.

E poi la beatitudine che segue, verissima, urgentissima e soprattutto necessaria: beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio. I figli di Dio sono coloro che operano la pace. Potremmo tradurre proprio dall’originale: sono i poeti della pace. Siamo chiamati, come discepoli del Signore che si sono avvicinati a Lui sulla santa montagna delle beatitudini, siamo chiamati ad essere, oggi, poeti di pace: la nostra vita deve essere, come cristiani, vita che dice versi di pace, che poetizza parole di pace, sentimenti di pace, idee di pace, sogni di pace, sapendo che se tutto questo lo viviamo insieme, è più facile che si realizzi.

Ecco, torniamo a casa questa sera dalla celebrazione eucaristica, che ci rende parte del mistero della comunione dei Santi, di tutti i Santi, dall’inizio della storia dell’evangelizzazione fino a quando tornerà il Messia, ecco, portiamo a casa almeno queste due beatitudini, desiderando imparare a vedere come Dio nella purità di cuore e ad essere poeti che nella loro vita dicono e fanno solo opere e azioni di pace.

Amen.

 

Foto: L. Ciuffreda